No somos refugiados è un libro del 2017, scritto dallo spagnolo Agus Morales (Barcellona, 1983), reporter che ha passato gli ultimi anni a raccontare le storie delle vittime di guerra e dei rifugiati, principalmente nelle zone del sud-est asiatico ed in Africa. Ed è proprio nei luoghi devastati dalle guerre che ci porta questo libro, costituito dalle testimonianze raccolte da Morales in varie regioni del mondo. L’opera è stata pubblicata in Italia da Einaudi nella collana Passaggi nel maggio 2018, con traduzione di Sara Cavarero e fotografie di Anna Surinyach.

Il libro è diviso in 5 parti, che vale la pena citare: “Origini. Perché scappano?” “Fughe. Chi sono?”; “Campi. Dove vivono?”; “Percorsi. Come viaggiano?”; “Destinazioni. Quando arrivano?”. Ciascuna parte costituisce la tappa di un percorso, ed ogni tappa contiene 3 storie raccolte dall’autore: oltre ad un excursus sullo scenario storico-politico del luogo trattato, vengono intervallate interviste agli abitanti di questi posti, a chi viveva in luoghi un tempo considerati sicuri e che adesso non lo sono più per svariati motivi, siano essi una dittatura, una guerra civile o una crisi societaria che spinge le persone a fuggire.

L’intento del libro volge a suonare un campanello d’allarme che già risuona da anni in Occidente, ma che gran parte della popolazione finge di non sentire: siamo di fronte a una delle più grandi crisi umanitarie di sempre, non ci sono mai stati tanti rifugiati come adesso, eppure, citando il Prologo del libro:

Non vogliamo sapere. Vogliamo, al massimo, informarci – che spesso è l’opposto. Sapere richiede tempo e volontà, l’intenzione di capire, l’impegno di capire; sapere rende più complicato il ricorso alla solita tattica di fare il finto tonto.

Prologo di Martín Caparrós

Non vogliamo sapere, dunque, quello che sta succedendo sull’altra sponda del Mediterraneo o dell’Atlantico: la nostra percezione su queste persone, già contaminata dai mass media che per molto tempo hanno diffuso notizie contraddittorie, è diventata sempre più astratta, tanto che non ci sembra nemmeno di pensare ai rifugiati come a vere e proprie persone, circoscrivendoli ad una singola etichetta che contiene disinformazione e pregiudizi. “La parola rifugiato è a uso e consumo occidentale?” si chiede Morales, citando la definizione contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951, secondo la quale è rifugiato la persona che

temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova al di fuori del Paese, di cui è cittadino.

Il problema, sempre per Morales, è che queste persone non sono nemmeno ascrivibili a questa categoria, per due principali motivi: gran parte di loro in primis non si sentono rifugiati, la loro scelta di andarsene dal proprio Paese è dettata dalla necessità di sopravvivenza – se non ci fosse un pericolo concreto non se ne sarebbero mai andati. L’altra principale ragione è che molte persone non riescono neppure a lasciare la propria nazione, diventando dunque sfollati interni e venendo così definitivamente dimenticati. Nel frattempo, come spesso accade nella storia recente, l’Occidente è impreparato ed è più interessato a combattere una guerra verbale:

E allora, ecco il problema lessicale, quello che dà adito alla più accesa polemica: rifugiati o migranti? Sotto il profilo legale, la differenza è fondamentale, perché gli uni sono soggetti a protezione internazionale, gli altri no.

La battaglia. Da una parte, quelli che aggiungono un aggettivo per rafforzare le proprie idee, quelli che parlano di migranti economici, quelli che si oppongono al fatto che un’ondata di simpatia verso i rifugiati implichi che grandi quantità di esseri umani ne approfittino per sfuggire anche dalla fame, quelli che pensano che i subsahariani stiano approfittando – è questo il verbo – della situazione. Dall’altra parte, quelli che si scandalizzano di fronte a tale discriminazione, quelli che non capiscono come mai si accolgano siriani e iracheni, ma non nigeriani e gambiani, quelli che non guardano i motivi della fuga.

Una risposta certa: sono persone. […] Non si può dare per scontato che siano persone, visto che per molta gente non lo sono.

Parte Seconda, Fughe. Chi sono?

Ci tengo a precisare che il libro si prefissa l’obiettivo di essere apolitico, e costruisce una critica efficace a entrambi gli schieramenti (da una parte la destra che disumanizza i migranti, dall’altra la sinistra che racconta solo i traumi di queste persone senza tener conto di tutto il resto dell’esperienza di un rifugiato, storcendone e danneggiandone la visione). Perché, ricordiamocelo sempre:

Tra i rifugiati ci sono ingegneri, criminali, madri, assassini, bambini abbandonati, vecchi guerriglieri, poeti, truffatori, poveri, ricchi – più poveri che ricchi – potenziali premi Nobel per la Pace, potenziali terroristi. Come del resto ce ne sono nel palazzo dei vicini.

Cercavo da tempo un libro di questo respiro e con questo tono, un libro che non cercasse di alimentare la mia compassione o la mia repulsione, ma che avesse come intento principale quello di farmi capire, di spronarmi a non fare il finto tonto verso quello che è a tutti gli effetti un problema reale e che sta venendo gestito nella maniera peggiore possibile dai nostri governi. In circa 300 pagine si possono vedere, attraverso gli occhi dell’autore, vari scenari e storie umane (e non confezionate a supporto di una ideologia), con persone vere, costituite da pregi e difetti esattamente come noi. Si compie un viaggio che porta dall’Afghanistan al Mediterraneo, passando per il Pakistan, la Siria, il Sud Sudan, il Congo, la Giordania, il Messico e l’America Centrale, la Turchia, la Grecia e i Balcani, la Repubblica Centrafricana e l’India. Posti a volte molto distanti tra loro, ma che hanno in comune l’incertezza, l’instabilità del proprio luogo d’origine, che spinge sempre più persone a fuggire, cercando di raggiungere democrazie che però rischiano di ergere muri che suonano come condanne a morte.