I.

Non era sempre stato così.

Il mese era particolarmente caldo, e i nipotini stavano iniziando a lamentarsi del calore asfissiante della cucina, dove la legna nella stufa continuava a bruciare imperterrita.

Non era sempre stato così, pensava la nonna, mentre guardava i figli dei suoi figli spogliarsi dei vari strati di maglioncini, felpe e maglie a maniche lunghe, per restare con solo le magliette a maniche corte. Lei era appena tornata dal garage, dove si era recata a riempire l’ennesima cassetta di legna da ardere. Aveva acceso la stufa la mattina, come consuetudine, alle otto meno un quarto, tradizione che ormai da anni si ripeteva ciclicamente dal 2 novembre al 23 marzo. Oramai la stufa era la sua unica mansione: i figli erano cresciuti e si erano stabiliti da tempo in città, uno al nord e uno al sud del paese, bel modo di starsene distanti uno dall’altra e dai genitori, aveva pensato tempo addietro; il nonno invece non aveva pensato niente, come al solito aveva alzato le spalle e aveva preso la macchina per andarsene a fare la spesa. I loro figli potevano pure fare quello che ritenevano più opportuno delle loro vite, ma su una cosa la nonna si era assolutamente mostrata intransigente: i nipoti li voleva vedere. Si erano così organizzati per portarglieli almeno due volte all’anno, durante le vacanze natalizie e quelle estive.

«Così avranno tempo per fare i compiti senza distrazioni» aveva suggerito, sorridendo, suo figlio. La mancanza di una connessione a Internet a casa della nonna poteva in effetti neutralizzare quasi del tutto le possibilità che i nipoti diventassero delle «lumache bavose paralizzate davanti allo schermo», per citare sua figlia.

Anche per quell’anno i piani sembravano procedere senza intoppo alcuno: il 23 dicembre erano arrivati, suo figlio con le nipoti, armate di trolley. La nonna le aveva salutate con grande entusiasmo, che venne solo parzialmente ricambiato. La nipote più grande, ormai adolescente, non sembrava poi così contenta di vederla. Aveva inoltre iniziato a truccarsi, aveva notato la nonna con una punta di disapprovazione, ma non ne aveva fatto menzione perché sapeva che le nuove generazioni erano solite a iniziare quella e molte altre cose prima di quanto non avesse fatto la sua. Successivamente era arrivata la figlia con tanto di marito – una persona rispettosa, a modo – e i restanti tre nipoti. Anche in questo caso il maggiore stava cominciando a tramutarsi in un adolescente, e aveva guardato la nonna con occhi speranzosi che, vista la sua sempre maggiore età, almeno per quest’anno si potessero risparmiare gli abbracci e i baci sulle guance. La nonna lo aveva intuito, ed aveva quindi salutato il nipote con due simpatiche carezze sulla spalla. Il nipote di mezzo aveva, come al solito, un nuovo giocattolo da mostrarle, ma appena la nonna gli si era avvicinata lui non aveva esitato a lasciarsi baciare. Il più piccolo, stava invece dormendo nel seggiolone, quindi per non svegliarlo si era deciso all’unanimità di rinviare a più tardi la tiritera farcita di voci strambe e infantili e facce buffe.

Come da tradizione, il pranzo di Natale era stato passato in famiglia. Verso il pomeriggio di Santo Stefano, i figli della nonna erano ripartiti per tornare a casa. La figlia, in particolare, aveva salutato la madre senza troppe cerimonie, giustificandosi con un «devo fare la valigia, domani devo prendere l’aereo» che aveva acceso le preoccupazioni della genitrice, spaventata a morte dall’idea di volare. Il compito di rassicurarla era quindi spettato al figlio, che aveva prontamente confessato che avrebbe passato il capodanno a casa di amici, appena fuori città. Partiti entrambi, alla nonna non restava altro che impegnare le successive dieci giornate con i nipoti evitando il più possibile di annoiarli. La loro crescita era inarrestabile, d’accordo, ma quello che più le dava tormento era l’immagine dei propri nipoti che, alle sue spalle, parlavano male di lei. O peggio: la cosa che più la spaventava era l’idea che ne parlassero come di una persona noiosa.

Si potevano dire tante cose sulla nonna, ma non che fosse una sprovveduta. Aveva infatti preparato una serie di eventi per quelle vacanze, che prevedevano soprattutto la visita di alcune bellezze nascoste del paesino – le aveva chiamate così – sperando che ai nipoti potessero piacere. Aveva stilato una lista piena di cose da fare, ma i nipoti non si erano dimostrati molto collaborativi. Inoltre le giornate erano state molto corte e fredde, perciò le gite erano state molto brevi e snervanti. La nonna temeva che i nipoti non vedessero l’ora di tornare a casa e piazzarsi davanti al televisore, unico contatto con la tecnologia presente nell’abitazione ad esclusione di un telefono cordless che aveva da poco rimpiazzato il vecchio e fedele apparecchio con tanto di chiocciolina. Poco male, si era detta, almeno tornati a casa, luogo del quale era regina indiscussa, avrebbe avuto da fare affinché i nipoti stessero bene: ovviamente loro non sembravano accorgersi che la cioccolata calda nelle loro tazze era stata preparata da qualcuno, che la calura dei loro letti di notte si manifestava solo perché lei si ricordava di accendere gli scalda-sonno, che la casa trasmetteva un accogliente tepore solamente perché, anche in questo caso, era lei ad occuparsi della stufa. Il nonno era perlopiù assente, partiva la mattina presto dopo aver fatto colazione e si dirigeva nella casa in campagna che possedeva, dove aveva sempre qualcosa da fare, e tornava solo dopo cena, quando ormai i nipoti dovevano andare a letto.

(In seguito, il maggiore dei nipoti, ripensando alle vacanze della sua infanzia passate dai nonni, avrebbe finito con l’elaborare una triste teoria: due persone sono capaci di sopportarsi per molti anni, a condizione che possano starsene distanti l’uno dall’altra. L’aspetto triste della questione non era tanto la teoria – difatti avrebbe finito col sposarsi e passare il resto dei suoi giorni con la moglie – quanto la base che gliel’aveva suggerita, vale a dire il matrimonio dei nonni).

Ed eccola qui, dunque, questa donna anziana che aveva come unico obiettivo quello di sconfiggere ogni inverno a colpi di legna da ardere. Negli ultimi anni la sfida stava diventando più facile: ormai non faceva più così freddo in pianura, e la vera difficoltà si era ormai spostata verso i mesi caldi, quelli estivi, quando oltre all’umidità soffocante si erano aggiunte tempeste che ricordavano quelle dei vecchi film che andava a vedere da ragazza. Grandine capace di fare danni seri, palline grandi come noci che spaccavano vetri, tettucci d’auto, che distruggevano le piante dell’orto. Vento talmente forte da rovesciare le moto parcheggiate vicino casa. Acqua che sembrava non cadere mai, ma quando cadeva arrivava a riempire i letti secchi dei fiumi, e i tombini straboccavano inondando le strade già piene di crepe e buche aperte dalla calura. Incidenti, anche gravi. Roba da riscaldamento globale, diceva qualche esperto alla tv, inserito in un programma da dieci minuti tra un reality e l’altro. La nonna non riusciva a capire tutto quello che si diceva, si usavano termini che non conosceva; la voglia di approfondire la tematica le era venuta spesse volte, ma aveva sempre declinato poiché pensava di essere troppo vecchia per cose del genere.

La giornata era stata più calda del solito, quasi primaverile, aveva detto il nonno prima di uscire di casa, ma la nonna sapeva che non era sempre stato così. Lo aveva detto anche ai nipoti, mentre loro continuavano imperterriti a spogliarsi perché vicino alla stufa iniziava a fare davvero troppo caldo. Perfino lei se n’era accorta, ma non lo aveva ammesso: si sarebbe sentita offesa nell’orgoglio. Aveva quindi detto ai nipoti di non incolpare lei se poi si sarebbero presi l’influenza – vecchia tecnica di terrorismo psicologico che non funzionava più da decenni – ed era uscita di casa, diretta come al solito al garage, munita di un paio di secchi da riempire di legna da ardere.

II.

Le vacanze giungevano al termine. I figli sarebbero venuti a riprendersi la prole il giorno dopo. Scendendo le scale che conducevano al garage, vide dietro le montagne arrivare minacciose / e gonfie / e nere / molte nuvole. Una folata d’aria gelida la investì in pieno, ma la nonna non sentì freddo. Iniziò invece a sorridere. Raccolse in fretta la legna e tornò in casa, annunciando ai nipoti che quel giorno avrebbero assistito a qualcosa di nuovo. Loro di tutta risposta la fissarono senza capire a cosa si riferisse. Quando la luce cominciò a svanire, il cielo era già stato coperto dalle nubi. Poco prima che la notte sommergesse il paesaggio pomeridiano, la nonna la vide agitarsi fuori dalle finestre della cucina / all’inizio timidamente / danzando in piccole giravolte / bianche / che diventarono velocemente milioni / di stelle in terra / si manifestò

La neve.

L’inusuale apparizione scatenò nei nipoti un’imparagonabile emozione – imparagonabile perché di fatto non avevano mai visto la neve nelle loro giovani vite, eccezion fatta per la televisione. I fiocchi cadevano velocemente, trasportati da un vento costante. Fiocchi grossi, che si depositavano sull’asfalto sporco, sulle auto parcheggiate, sui cartelli stradali e naturalmente anche sui tetti delle case. Istintivamente, i bambini iniziarono a rivestirsi, come se la visione di una nevicata bastasse a trasmettere i sintomi tipici del freddo. In quel momento rincasò anche il nonno, il quale, vedendo le nuvole e comprendendone il significato, si era velocemente precipitato a casa. Un paio di fiocchi, somiglianti a delle piccole piume bianche, troneggiavano sulle sporgenze del suo berretto.

«Qua sì che si sta bene!» esclamò il nonno mentre i nipoti lo salutavano.

«Per forza» rispose la nonna «la stufa funziona a meraviglia».

«Nonna, possiamo andare a fare una passeggiata sulla neve?» chiese allora la minore delle nipoti. La nonna, che di colpo si sentì l’attenzione di tutti e cinque addosso – sei, contando anche il nonno – rispose che sì, si poteva andare, ma che aspettassero almeno che la neve coprisse ancora un po’ il paesaggio.

Mezz’ora dopo uscirono tutti e sette– sì, anche il nonno volle accompagnarli. La cosa che colpì fin da subito i nipoti fu la diffusa sensazione del silenzio, distribuito grazie all’effetto ovattante del suono da parte della neve. Nevicava ancora, anche se molto meno rispetto all’inizio. La nonna lo sapeva bene, quella era sicuramente stata una tormenta in piena regola, come quelle che in passato si verificavano sulle montagne e che avevano, inoltre, intrappolato suo nonno, all’epoca della guerra. Ora però il clima era festoso, i due nipoti più grandi si rincorrevano lanciandosi delle palle di neve, mentre i minori se la tenevano in mano, la rigiravano, cercavano di darle forme diverse, con la concentrazione di chi cerca di comprendere a fondo una materia sconosciuta. La nonna li lasciava fare, concedendosi ogni tanto qualche rimprovero ai nipoti più scalmanati, avvertendoli del terreno scivoloso e assicurandosi che non saltassero giù dal marciapiede, anche se in quel momento di macchine per la strada non ne stavano circolando – era una domenica sera, l’ultima prima della fine delle vacanze. L’indomani il mondo sarebbe tornato alla normalità del quotidiano: le donne e gli uomini sarebbero andati al lavoro, i figli della nonna sarebbero tornati a prendersi i bambini, che quest’anno avrebbero ripreso la scuola di martedì, il nonno sarebbe tornato ad occuparsi della casa in campagna, la nonna avrebbe continuato a tenere viva la stufa della sua casa svuotata dei nipoti. Tutto esattamente come prima delle feste, dunque, forse con qualche dose esclusiva di neve, ammassata ai lati delle strade, dura e sporca, che avrebbe finito col sciogliersi in un paio di giorni di sole.

Arrivati a un parco, trovarono altre famiglie con dei bambini piccoli. Alcuni stavano costruendo un pupazzo di neve, così anche i nipoti vollero farne uno. I nonni aiutarono i nipotini a costruirne uno, decorandolo con dei sassi scuri.

«Ci vorrebbe il tablet di mamma, dovremmo farci una foto» si lamentò la maggiore.

Restarono lì per un po’ di tempo, poi si decisero a tornare a casa. La nonna si occupò personalmente dei nipoti più piccoli, che si erano inzuppati le scarpe e ora avevano i piedini infreddoliti. Li lavò, poi lasciò il bagno a quelli più grandi, che dicevano di volersi arrangiare. Preparò la cena e mangiarono tutti assieme, ed il clima sembrò alla nonna molto positivo, aspetto che venne confermato più tardi, quando, prima di andare a dormire, i nipoti chiamarono i nonni nella loro camera.

«Ma quindi voi vedevate la neve tutti gli anni?» chiese uno di loro.

I nonni si guardarono, poi iniziarono a raccontare della loro infanzia, delle loro amicizie, delle loro avventure legate alla neve e all’inverno in generale. Talvolta i bambini interrompevano con delle domande, o più spesso chiedevano ai nonni di tornare in tema, visto che la memoria di quei giorni si riempiva di dettagli superflui. Ma la narrazione delle memorie d’infanzia ha la peculiare caratteristica di mescolarsi con la leggenda: per questo molte delle storie che i nonni raccontarono quella notte erano involontariamente compromesse, o addirittura mai accadute. Avrebbero potuto andare avanti per tutta la notte, ma ad un certo punto i coniugi si resero conto che tutti i nipoti nel grande letto si erano addormentati e loro stavano parlando da soli. La loro cantilena soporifera aveva avuto successo ancora una volta, così come già si era rivelata in passato, quando in quel letto dormivano i loro figli. Nella stanza calò il silenzio. Si poteva percepire il respiro regolare di cinque anime dormienti, alternate dal ticchettio di un orologio appeso alla parete. La nonna cercò di distinguere l’ora nell’oscurità: si rese conto che si era fatto davvero tardi, così lasciarono la stanza e i nipoti per andare nella loro camera.

La nonna, che per tutta la vita aveva avuto difficoltà ad addormentarsi, quella notte cadde quasi immediatamente nel mondo dei sogni, sfinita da tutto quel ricordare e raccontare. Solo qualche ora dopo il rumore di uno spalaneve che passava sulla strada la fece svegliare, ma restò lucida per qualche secondo, poi si riaddormentò.

La mattina seguente fecero colazione tutti insieme, guardando la tv. Poi il nonno li salutò e prese la macchina, diretto alla campagna. Infine, come da programma, arrivarono i figli a riprendersi i bambini. Le strade erano praticamente come prima della nevicata: solo qualche mucchietto bianco ai bordi della strada testimoniava la neve della notte appena passata. La nonna uscì insieme a loro per salutarli, e quasi si commosse quando tutti e quattro si strinsero a lei in un abbraccio collettivo dicendole «ci vediamo quest’estate». I figli scambiarono qualche chiacchera con lei mentre caricavano le borse dei bambini in macchina, scusandosi se non rimanevano per pranzo ma avevano un sacco di cose da fare in città, sai com’è, le solite cose, i soliti impegni. Questa volta la nonna annuì allegramente, disse loro di non preoccuparsi, poi fece le solite raccomandazioni: chiamate, fatevi sentire, passate quando volete. I figli dissero quasi in coro sì, sì e poi, dopo l’ultimo saluto, misero in moto le loro auto e risalirono la via in direzione della statale che poi li avrebbe condotti in autostrada.

La nonna rimase a sventolare il braccio in segno di saluto per un po’, fino a quando le macchine svoltarono a sinistra e imboccarono la via seguente. La donna restò ferma per qualche altro secondo, sentendosi felice e sollevata allo stesso tempo. Felice perché sentiva di aver consolidato il legame con i nipoti, nonostante questi crescessero con la velocità di un treno in corsa; sollevata perché si rendeva conto che ogni anno il badare a loro le costava sempre un po’ più di fatica, segno inevitabile dello scorrere del tempo. Un po’ di tranquillità le avrebbe fatto bene, pensò, e mentre pensava questo in salotto la televisione era rimasta accesa, sintonizzata su un canale locale che come di consueto stava trasmettendo il telegiornale, dove si comunicava, verso la conclusione, che un’ordinanza del sindaco, per contrastare l’inquinamento atmosferico e in adeguamento alla normativa internazionale, aveva bandito le stufe a legna a partire dall’inverno successivo. L’unica spettatrice della sala era ironicamente la stufa, carica di legna fin da quella mattina, che continuava tranquillamente a bruciare al suo interno.