Recentemente ho letto Lincoln nel Bardo, scritto da George Saunders e pubblicato il 31 Agosto da Feltrinelli. Si è parlato molto di questo libro negli ultimi mesi, complice anche la sua inclusione nella shortlist dell’annuale edizione del Man Booker Prize, insieme a nomi di tutto rispetto come Paul Auster, Ali Smith e Mohsin Amid (senza contare l’acclamazione da parte della critica e le belle parole spese da alcuni dei più grandi scrittori contemporanei, su tutti ricordo Jonathan Franzen, Zadie Smith e Thomas Pynchon). L’autore è stato inoltre invitato in Italia per parlare della propria opera, in un evento che si è tenuto al Cimitero Monumentale di Milano.

Questo libro è stato osannato da moltissime persone, e c’è già chi urla al capolavoro/libro dell’anno. Vediamo perché.

Saunders, già conosciuto in Italia per opere come Dieci DicembrePastoralia Nel paese della persuasione (tutti editi da minimum fax), torna con un romanzo caratterizzato da uno stile d’avanguardia: la storia ci viene narrata dagli spiriti di persone defunte, segnalati alla fine di ogni personale paragrafo con nome e cognome (per esempio Hans Vollman e Roger Bevins III, le principali voci narranti che ci guidano tra gli avvenimenti come Virgilio fece con Dante nella Divina Commedia) quasi come ci trovassimo di fronte a degli epitaffi. Quasi tutta la storia è circoscritta al perimetro di un camposanto. Tutto inizia un giorno invernale del 1862. Siamo nel cimitero di Oak Hill, Georgetown (Washington D.C.). Gli spiriti di Vollman e Bevins assistono all’arrivo di un nuovo “residente”, e con loro sorpresa si accorgono che questo nuovo arrivato è un ragazzino (di appena 11 anni). Il padre, un uomo molto alto e dalle lunghe gambe, appare distrutto dalla perdita del figlio. Si tratta del Presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln, e il ragazzino morto non è altri che Willie, il terzogenito della famiglia.

Quello che succede nelle successive giornate è la presa di coscienza del piccolo Lincoln del nuovo luogo nel quale si trova, ma soprattutto il nuovo stato della propria anima. Il Bardo citato nel libro è un riferimento al Libro Tibetano dei Morti: l’anima del defunto si trova nel passaggio tra la vita passata e quella futura; nello specifico, la comprensione finale della morte, realizzare cioè che la forma nella quale ci si trovava in precedenza si è conclusa, rappresenta la conclusione del Bardo. Tuttavia, questo passaggio può richiedere molto tempo, perché l’animo umano spesso non riesce ad accettare la propria dipartita. Infatti, il piccolo Willie si troverà ad assistere alle vicende delle altre anime ancora presenti nel cimitero, presentate con un tono che ricorda tanto quello di Edgar Lee Masters, l’autore dell’Antologia di Spoon River. Questi defunti ancora non riescono a darsi pace per la propria dipartita: la rassegnazione di diventare nient’altro che un nome su una lapide semi-dimenticata è ancora ben distante da queste anime, che ancora sperano che i loro cari passino a trovarli per potervisi ricongiungere.

La storia di Lincoln nel Bardo è narrata attraverso brevi capitoli, tuttavia la lettura rimane vincolata alle molteplici voci della storia, rendendo talvolta complesso il riconoscimento immediato del personaggio che ci si sta rivolgendo. Presumo che, almeno in questo caso, la lettura dell’edizione cartacea possa offrire qualche facilitazione in più rispetto alle versioni digitali (e-book e audio; i commenti al riguardo sono ben accetti). La trama rimane comunque affascinante: al suo interno si alternano intermezzi ironici e personaggi bizzarri, senza però dimenticare la tragicità del dolore che la morte di un figlio può rappresentare. Questa tragicità viene impersonata magistralmente dal personaggio del Presidente Lincoln, e va quindi dato a Saunders il merito di aver scritto un romanzo memorabile e puro. Non sarebbe una sorpresa, dunque, se la sua opera vincesse il Booker Prize di quest’anno.

 

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