Frammenti di breve isterismo di una mente tesa

Oggi pomeriggio ho sperimentato la potenza dell’invisibilità: vicino al ponte delle Navi c’è uno stretto marciapiede, dove all’ora del mio passaggio si era accostata una comitiva di almeno dieci ragazzini, tutti sotto i 18 anni. Hanno occupato tutto il marciapiede, separato dalla strada da due pesanti ringhiere, e nonostante il mio ribrezzo per il contatto fisico con gli sconosciuti ho preferito proseguire piuttosto che tornare indietro. La scena seguente non è romanzata, viene descritta così come è successa: io arrivo, dico ‘scusate, permesso’, cordiale, compito, anche se fuori ci sono 32 gradi e l’unico spazio all’ombra si trova sotto agli alberi del chiostro di San Fermo. Sto sudando, non mi piace trattenermi sulla strada, voglio tornare a casa e farmi una doccia. Il primo della combriccola, rivolto verso di me, riccioluto, moro, altezza superiore alla media, mi vede ma non risponde, e soprattutto quasi non reagisce, nemmeno quando io, provando a utilizzare un linguaggio non verbale e facendo l’inequivocabile gesto dell’alzata di sopracciglia che in questo caso significa ‘spostati testa di cazzo’, mi avvicino a lui a tal punto che l’impatto è ormai inevitabile. Ne esce una semi-spallata amichevole. Ne esco abbastanza indenne. L’odore della sua pelle sudata mi entra comunque nelle narici e questo mi dà fastidio. Giunge quindi il momento del secondo confronto fisico, questa volta con una ragazza che si sta spostando da un’estremità all’altra del marciapiede. Mi vede, ma non fa niente per scansarsi nonostante le mie solite frasi (‘permesso, scusa, permesso’) e se ne sta lì imbambolata, obbligando il sottoscritto ad accentrarsi sul marciapiede. Sono nell’epicentro esatto della combriccola ora, e in questo momento l’organismo mi appare diverso da come lo avevo visto prima di entrare. È una forma di vita pluricellulare ad alto contenuto di ormoni che si muovono in velocità all’interno, ma mantenendo una solidità fissa all’esterno. In pratica mi sto muovendo in un mattone umano. Volti giovanili tempestati dall’acne, corredati da effluvi di profumi a basso costo mescolati a sudore ascellare e pubico mi circondano. Inoltre, come se tutto questo non bastasse, le loro cavità orali emettono una baraonda inutile e fastidiosa che mi fa rimpiangere d’aver lasciato le cuffiette a casa. Scatta quindi un micro attacco isterico dove perdo il controllo e la pacatezza, smetto di chiedere permesso ed entro in modalità caterpillar: le mie spalle si drizzano e diventano sporgenti, i miei gomiti si alzano e rimangono protesi all’esterno, i miei piedi travolgono tutto quello che è sulla strada e lo macinano velocemente. A conti fatti ho pestato i piedi a una ragazza e spostato due gonzi con delle spallate. Il mio viaggio in questo ecosistema sembra durare un’eternità, ma in realtà si tratta di un tempo inferiore ai dieci secondi. Uscito da questo inferno puberale nella mia testa ribolle la parola rincoglioniti. In effetti vorrei chiedere a questi ragazzi «ma siete rincoglioniti o cosa?», ma quando la frase mi esce veramente di bocca ho già iniziato a superare il ponte. E la mia domanda rimane inascoltata, le mie parole si perdono nel flusso continuo del vento, dello stridere dei gabbiani, del chiacchiericcio delle persone, così vicine eppure così lontane da me. La mia voce si alza nel cielo e se ne va lontano, chissà dove, chissà dov’è.

(Giugno 2017)