Un giorno d’estate mi stancai di tutto ciò che avevo intorno a me. La malvagità delle persone sembrava avermi in qualche modo contagiata. Mi sentivo come se il mio cuore fosse arrugginito. Ma io non volevo essere così, non avevo intenzione di finire come loro. Così me ne andai: presi il mio zaino, me lo misi in spalla e andai alla stazione, mentre i grigi palazzi della città sembravano seguire i miei movimenti. Grigie erano pure le nuvole in cielo: in poco tempo avrebbe cominciato a piovere. Comprai un biglietto a fascia chilometrica, salii sul primo treno diretto al mare, non controllai nemmeno se fosse quello giusto. Quando mi venne in mente di farlo, avevamo già lasciato il binario. Avrei potuto chiederlo agli altri passeggeri del treno, ma non ne avevo nessuna voglia, così lasciai perdere: infilai le cuffiette nelle orecchie e lasciai che la musica a tutto volume mi separasse da quel mondo che tanto disprezzavo.

Ci lasciammo alle spalle la città, ma la pioggia aveva già cominciato a scendere anche nei paesi vicini. Vidi molteplici gocce scivolare sul finestrino, davanti ai miei occhi. La cosa mi riempì di tristezza: tutto quel grigio di fronte a me… quel colore così spento sembrava rincorrermi come una specie di maledizione.

La riproduzione casuale del mio lettore selezionò un brano strumentale che non ricordavo di aver importato nella libreria musicale. I miei occhi, già parzialmente ipnotizzati dal lento scorrere delle gocce di pioggia, cominciarono a chiudersi lentamente: quella miscela soporifera mi fece addormentare in breve tempo.

Al mio risveglio notai subito che qualcosa non andava. Innanzitutto, il treno si era fermato in un posto soleggiato, ma non era la mia destinazione. Inoltre, dopo essermi guardata in giro, notai con una punta di agitazione che il treno era deserto. La porta vicino al mio sedile era aperta, così provai a scendere per guardarmi intorno.

Ad una prima occhiata, realizzai di trovarmi in quella che doveva essere stata una vecchia stazione: c’era un solo binario, ma tutto era stato abbandonato. L’edificio dove avrebbe dovuto esserci la biglietteria era infatti sbarrato, le finestre erano chiuse o rotte, e i vecchi binari erano arrugginiti, in attesa di una manutenzione che non sembrava molto prossima. Lunghi rami d’edera s’erano impossessati delle mura dei restanti capannoni che circondavano l’area limitrofa. Sopra, il cielo era di un azzurro chiaro, mentre ad ovest, in lontananza, si vedeva una composizione eterogenea di grandi nuvole bianche, grigie e nere. La città doveva trovarsi da quella parte.

Cercai di non farmi prendere dal panico. Per prima cosa perlustrai il treno per tutta la sua lunghezza, alla ricerca di qualche passeggero che potesse darmi spiegazioni al riguardo, ma non trovai nessuno all’interno. Cercai allora di rintracciare un controllore, un ufficiale a bordo, il capotreno, una persona qualsiasi, ma invano. Dovetti forzatamente convincermi che, per chissà quale motivo, in quel momento ero sola. Che scherzo del destino poteva mai essere? Forse si trattava di una burla ai miei danni da parte della compagnia ferroviaria? Possibile che qualcuno arrivasse ad architettare una cosa così subdola e meschina? E per quale motivo, poi? No, non era possibile.

Manteniamo la calma, dissi a me stessa. Dopotutto, avevo ancora con me il telefono: avrei potuto benissimo chiamare qualcuno per venire a prendermi. Premetti quindi il pulsante per avviare il cellulare, ma con mia grandissima sorpresa lo schermo rimase vuoto. Spento. Morto.

Affranta da così tanta sfortuna, senza ancora aver ben capito che cosa fare, decisi di uscire dalla stazione per capire dove mi trovavo. Così almeno avrei potuto chiedere a qualcuno del posto di indicarmi la più vicina cabina telefonica. Attraversai con attenzione il binario, anche se l’unico rumore presente in quella stazione era il movimento delle foglie scosse dal vento. Uscii tramite una stradina laterale piena di crepe, fino ad arrivare al paesino dietro la stazione, e qui i miei occhi si spalancarono per la seconda volta.

Case mezze crollate, con porte e finestre chiuse, marciapiedi spaccati, pali della luce crollati furono tutto ciò che mi trovai davanti. L’asfalto era pieno di crepe, da dove erano fiorite diverse piante e fiori di una moltitudine di colori diversi. Una strana armonia tra le costruzioni dell’uomo e della natura sembrava regnare in quel posto: architetture floreali adornavano i tetti sfondati delle case, dai coppi erano spuntate viole e margherite, le strisce pedonali ora erano la casa di un paio di salici. Questo affascinante schema umanità-natura si ripeteva per tutto il paesino, o almeno per la parte che io riuscivo a vedere. Per un attimo cominciai a pensare di essere finita in un sogno, e che la vera me fosse ancora addormentata a bordo del treno diretto alla spiaggia, quando tutto d’un tratto un nuovo elemento attirò la mia attenzione.

Un rumore di cespugli mossi e di rami calpestati mi fece girare di scatto verso destra. Laggiù, dove l’ombra di una casa era proiettata sull’inizio di un piccolo raggruppamento di alberi, qualcosa s’era mossa. Poteva essere una persona, magari uno degli abitanti di quel posto bizzarro? Dovevo scoprirlo, avevo bisogno di più informazioni. Così seguii quei rumori, inoltrandomi in quella piccola foresta.

La presenza di un sentiero ben tracciato all’interno di quel boschetto mi stupì e al tempo stesso m’intimorì: ma in che razza di posto mi ero cacciata? Come poteva essere possibile che le case e le strade fossero lasciate al degrado mentre quel sentiero sembrava appena esser stato curato? Ma a quel punto erano fin troppe le cose di cui non mi era chiara la spiegazione, così procedetti tra larici, salici e cipressi (anche questi, come notai, erano stati da poco potati: dunque qualcuno doveva per forza vivere nei dintorni), fino a quando non arrivai alla fine del sentiero.

La luce del sole mi accecò per un breve frangente. Sulla destra, il sentiero continuava fino ad arrivare nei pressi di una staccionata. Una staccionata con il legno appena verniciato! E, in mezzo al giardino dall’erba tagliata, vi era una vecchia casa, con un grande tetto di tegole ingiallite e un camino dal quale usciva del fumo biancastro. Di fronte alla porta di casa, poi, un gatto bianco stava buttato su un fianco a prendere il sole. Quella era la prova definitiva che qualcuno doveva per forza abitare lì.

Quando fui ad una distanza abbastanza ravvicinata, il gatto si accorse della mia presenza. I suoi occhi stanchi si aprirono, facendo restringere le sue pupille in due aghi neri, dopodiché si alzò sulle zampe, si stiracchiò per bene e infine cominciò a strusciarsi sulle mie gambe. Rimasi lì ad accarezzarlo e a giocare con lui per un po’, fino a quando non decisi di bussare alla porta della casa. Nessuno venne ad aprirmi, ma quando provai a fare pressione sulla maniglia, essa si abbassò e aprì la porta. Così decisi di entrare.

Con mio sommo rammarico, una volta entrata non trovai una persona ad accogliermi. La casa disponeva di una stanza singola, dove sulla destra era collocato il camino: il fuoco divampava costantemente, perciò qualcuno lo doveva aver acceso nelle ultime ore. Non poteva certo essere stato il gatto. Mi guardai meglio intorno: tutto sommato la casa era piuttosto spoglia. Al piano terra c’erano solamente un divano, un tavolo con due sedie, un tappeto colorato e alcune stoviglie collocate sopra il lavello. In fondo, naturalmente, una scalinata conduceva al piano superiore.

«C’è nessuno?» chiesi, senza ottenere risposta. Mi addentrai ancora un po’ all’interno della casa. Avvicinandomi alle scale notai che dal piano di sopra proveniva una luce chiara e vagamente scintillante. Pensai che il proprietario della casa stesse dormendo nella sua camera, così rimasi per un attimo sul da farsi. Poi, quando finalmente presi la decisione di salire, una voce raggelante mormorò alle mie spalle: «non si usa più chiedere permesso?»

Mi voltai di scatto e per poco non urlai, alienata da quella voce così strana. Erano ormai passate diverse ore dall’ultima volta che avevo sentito una voce umana. Scrutai con circospezione la stanza davanti a me, ma non v’era anima viva, ad esclusione del gatto che nel frattempo era entrato. Possibile che…?

«Ti stavo aspettando» continuò la voce sconosciuta, ma questa volta senza dubbio capii che a parlare era proprio quel micio bianco davanti ai miei occhi. Fui sul punto di svenire, anche se una parte di me, nel profondo dei sensi, stava esultando poiché da piccola avevo sperato tante volte che la mia piccola gattina parlasse con me. E fu in questo contrastante stato d’animo, tra l’incredulità e l’onirico, che mi sentii rispondere «aspettavi proprio me?»

Stavo parlando con un gatto. Fantastico.

«No, non stavo aspettando proprio te, cioè, non mi aspettavo una ragazza dai lunghi capelli castani. Stavo aspettando una persona che avesse bisogno del mio aiuto» disse il gatto, saltando con un balzo sul tavolo della cucina. La porta era rimasta aperta: sullo sfondo, il cielo offriva ancora una visuale dei nuvoloni lontani. Le nubi, se possibile, si erano fatte ancora più grandi di prima. Quelle nuvole potevano rappresentare il mio ultimo aggancio alla realtà, in un certo senso; tuttavia, continuai la mia conversazione con il felino.

«Perché dovrei avere bisogno del tuo aiuto?» chiesi.

«Perché altrimenti saresti venuta qui?»

«Io… mi sono persa.»

«Ti sei persa tu, oppure hai perso qualcosa di importante?» replicò lui, leccandosi i baffi.

Non sapevo cosa rispondere. Cosa avevo perso di importante?

Poi alla fine capii quello che il gatto voleva dirmi. Lui parve leggermi nel pensiero, perché di colpo smise di pulirsi le zampe con la ruvida lingua e, tornando “serio”, mi disse: «laggiù, verso la staccionata, c’è la mia cassetta della posta. Aprila. Troverai tre oggetti che vi avevo depositato prima di assumere questa forma – adesso sono un gatto e non riesco nemmeno ad arrivarci, alla cassetta. Due settimane fa (o forse anche più, chi può dirlo?) un colpo di vento ha chiuso la porta della mia casa e non sono più riuscito ad entrare. Grazie a te ora sono potuto tornare dentro. Puoi interpretare gli oggetti come una specie di ricompensa. Tanto li avresti ricevuti comunque. Li custodivo per te, o meglio, non proprio per te, ma una persona come te… insomma, hai capito quello che ti voglio dire?»

Feci di sì con la testa, ipnotizzata dalla sua voce, anche se in realtà la mia mente stava formulando segretamente infinite domande da fare al gatto. Il mio fisico, invece, mi diede l’insolito impulso di andarmene da lì, come se avesse capito che il mio tempo in quel luogo stesse scadendo.

Prima di andarmene, il gatto mi fece un’ultima richiesta: «potresti gentilmente chiudere la porta? Prima la tenevo aperta, ma ora non vorrei rischiare di rimanere chiuso fuori una seconda volta. E poi, chissà, più tardi potrebbe anche piovere.»

Sorrisi al gatto. Non so perché lo feci. So solo che lui mi rispose con un felino arricciamento di baffi, che poteva significare una specie di sorriso di rimando, o forse no, chissà. Mi limitai a chiudere la porta della casa, senza ricevere né dare un saluto. Quest’aspetto non era però negativo, perché in cuor mio sentivo che il tempo delle parole, in quell’occasione, era finito. Quello che andava detto era stato detto, e andava benissimo così.

 

Aprii la cassetta delle lettere, e seguendo le istruzioni estrassi i tre oggetti che vi risiedevano. Li osservai. Altre domande baluginarono nella mia testa, ma ormai non potevo più farle. Così indietreggiai e risalii il sentiero. Prima di entrare nel bosco, mi girai per dare un’ultima sbirciata alla casa del gatto e alla sua bella staccionata. Per un attimo mi sembrò d’intravedere la sua candida sagoma osservarmi da una delle finestre, ma non ne fui sicura: poteva benissimo essere un riflesso del sole sul vetro.

 

Quindi intrapresi nuovamente il sentiero che s’inoltrava nel bosco, diretta verso la stazione abbandonata. Non mi soffermai molto ad osservare quel paesaggio così inconsueto: ormai il mio tempo lì era terminato.

 

Il primo oggetto che avevo estratto dalla cassetta era una pesante chiave argentata. Una volta arrivata nei pressi del treno, vicino alla porta dalla quale ero inizialmente scesa era comparsa una serratura. Inserii la chiave e istintivamente la girai fino a sentire uno scatto metallico. Il treno si era rimesso in moto, magicamente, grazie alla chiave. Salii a bordo mentre le porte si chiudevano. Il treno si mosse, guadagnando velocità, e in breve tempo quel luogo misterioso sparì alle mie spalle.

 

Il secondo oggetto estratto era una piccola boccetta che conteneva un liquido incolore. La bevvi quando il treno cominciò a prendere un’alta velocità. Di colpo mi sentii intorpidita, esausta. I miei occhi lottarono per stare vigili e svegli, ma ancora una volta in quella giornata finii per addormentarmi.

 

“…Preghiamo i passeggeri di non dimenticare i propri effetti personali a bordo. Siamo in arrivo alla città x. Quest’ultima fermata coincide con il capolinea del treno. Grazie per aver viaggiato con noi.”

Mi svegliai bruscamente al suono della voce robotica del treno. Dunque ero ritornata alla città di partenza? Era stato tutto un sogno?

 

Nel sottopassaggio che collegava la stazione al parcheggio si erano formate grandi pozzanghere d’acqua. Fuori stava piovendo, evidentemente. Per l’ennesima volta. Intristita, mi coprii il capo con il cappuccio della giacca a vento e mi preparai ad uscire ed infradiciarmi. Misi le mani nelle tasche, quando mi accorsi che in una di esse c’era qualcosa. Il terzo oggetto. Dunque non era stato un sogno.

 

Si trattava di una collana con un singolo pendente circolare. Splendeva se messo in controluce. Lo indossai, e subito cominciai a sentirmi meglio – non solo esteriormente, ma anche dentro di me.

Così uscii dal tunnel, riemersi dal sottopassaggio. Guardai il cielo: lassù, tra le nubi, un raggio di sole aveva squarciato un varco ed ora trasmetteva una forte luce che illuminava i tetti delle case. Trassi un respiro profondo.

 

Aveva smesso di piovere. Mi sentivo bene.