Il 7 giugno ho assistito in compagnia della mia ragazza alla tappa veneziana de I Boreali, il festival di letteratura nordica organizzato da Iperborea. L’ospite della serata è stato lo scrittore svedese Fredrik Sjöberg (1958), già famoso in Italia per i libri L’arte di collezionare mosche (2015) e Il re dell’uvetta (2016). A Venezia, all’evento tenutosi al Teatrino di Palazzo Grassi, Sjöberg ci ha intrattenuti in un dialogo con Paolo Nori riguardante il suo ultimo libro pubblicato nel nostro Paese, L’arte della fuga, edito da Iperborea proprio agli inizi di giugno.

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Pietro Biancardi, editore di Iperborea, mentre introduce gli ospiti della serata.

L’arte della fuga, pubblicato in Svezia nel 2006, è il secondo libro che compone la cosiddetta “Trilogia del Collezionismo”, saga che comprende i sopraccitati libri editi in italiano. Questa trilogia non necessita di una lettura lineare, poiché le trame sono separate tra loro e l’unico filo conduttore è lo stile dello scrittore, che con un approccio originale si dedica a raccontarci la vita di personaggi singolari. In questo caso, Sjöberg esplora la vita di Gunnar Widforss (1879-1934), pittore di origine svedese naturalizzato statunitense, rimembrato oltreoceano con l’appellativo di “pittore dei parchi nazionali” e semisconosciuto nel Vecchio Continente.

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Gunnar Widforss, Grand Canyon, 1928 ca., acquerello su tela, Museum of Northern Arizona Fine Arts.

Il metodo di ricerca di Sjöberg per realizzare questa biografia/viaggio è molto meticoloso: lungo il corso del libro si analizzano documenti, scambi epistolari (principalmente con la madre del pittore), i dipinti ancora reperibili e cataloghi di mostre dai prezzi irraggiungibili. Lo scrittore si confronta con il mondo dei collezionisti, un mondo fatto di aste folli per accaparrarsi – tra le altre rarità – i dipinti del connazionale. Dipinti che, puntualmente, spariscono dentro le case di qualche collezionista americano per non fare più ritorno.
Partendo per gli Stati Uniti, combattendo la sua insofferenza per il viaggiare (che considera – citando testualmente – “sopravvalutato”), Sjöberg riesce a comporre le tappe della vita dell’acquerellista, unendole come i tasselli di un grande puzzle fatto di delusioni e successi, di natura e sensibilità, con un unico, spiazzante colpo di scena finale. La storia è congeniale e funziona, grazie anche alla capacità dell’autore di giustapporre elementi contigui alla storia principale per creare un corpus degno di questo nome. I “personaggi secondari” di questo libro ci spiegano implicitamente i motivi che spingono Widforss a compiere un’azione piuttosto che un’altra; il percorso storico vissuto dall’artista è pregno di avvenimenti (specialmente dall’inizio del XX secolo alla Grande Depressione); la natura (non mancano le citazioni a Thoreau) è una presenza costante nell’immaginario dell’artista, così devoto ai paesaggi del SW americano da guadagnarsi la nomea di “painter of the national parks”; a lui verrà dedicata anche una vetta nell’Arizona, Widforss Point.
Se L’arte di collezionare mosche ha come tema principale la vanità, e Il re dell’uvetta tratta principalmente del romanticismo, L’arte della fuga parla invece della paura, quella che tutti gli esseri viventi provano, la stessa che ci porta a compiere gesti sconsiderati e a rifugiarci nella solitudine. Quella che vive attraverso la storia del protagonista di questo libro.

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Paolo Nori (a sinistra) in dialogo con Fredrik Sjöberg (destra).

Più volte, durante la serata a Venezia, Nori è ritornato sul significato implicito del libro, rivolgendo a Sjöberg domande relative alla storia raccontata e facendo riferimento alle parti dove lo scrittore blocca completamente il flusso principale della narrazione e apre invece un canale secondario, che contiene una profonda riflessione sul suo ruolo all’interno della storia e pone un pesante interrogativo: “chi sono io per raccontare questa storia? Ho il diritto di ficcare il naso in questa faccenda?
Sjöberg risponde come segue:

Avere il diritto di ficcare il naso [in queste storie, in queste vite] è una licenza poetica, ma quanto è alto il prezzo da pagare? Me lo sono chiesto: mi sono soprattutto interrogato sul mio diritto di raccontare queste storie, perché una ricerca potrebbe portare alla luce eventi scomodi, eventi dolorosi che appartengono al dimenticatoio e là devono restare. In questo libro è successo qualcosa di simile.

C’è stato inoltre spazio per una riflessione sulla sua professione in relazione ai libri pubblicati:

Non mi considero un romanziere, e questi libri [riferendosi a quelli pubblicati in Italia] non sono romanzi. Alcuni affermano che siano biografie, o autobiografie, ma per me sono Libri, e tali rimangono. Sono uno scrittore, non un romanziere. Sono anche una rockstar, ma sicuramente non sono un romanziere.

Sjöberg ha costruito questi tre Libri con un obiettivo preciso: essere il massimo esperto dell’argomento trattato. Considerato come uno dei più grandi collezionisti di sirfidi del pianeta, questo autore svedese è riuscito efficacemente a “dipingere” la vita di un artista che quasi nessuno ricorda. Personalmente lo ritengo un libro imperdibile.