C’è stato un momento, nella seconda metà degli anni Novanta dello scorso secolo (più precisamente il 1996), in cui qualcosa di straordinario ha fatto la propria comparsa nel panorama letterario italiano. Si tratta di Gioventù Cannibale, una raccolta di racconti che unisce giovani scrittori che non si conoscevano (e con formazioni culturali prevalentemente diverse tra loro)  nella “prima antologia italiana dell’orrore estremo”. La raccolta, curata da Daniele Brolli e pubblicata da Einaudi (collana Stile Libero), a mio avviso si distacca da altre antologie di genere proprio per la peculiarità della sua concezione. Ma procediamo con ordine.

Partiamo innanzitutto dal titolo che si è voluto dare a questa raccolta: Gioventù Cannibale. Entrambi i termini utilizzati racchiudono un significato molto importante da analizzare. Il primo sottindende che gli autori selezionati per questa antologia sono tutti giovani (alcuni giovanissimi, come ad esempio Matteo Galiazzo, all’epoca ventiseienne, un anno prima della pubblicazione del suo primo libro Una particolare forma di anestesia chiamata morte). Troviamo tuttavia autori già affermati, come il Niccolò Ammaniti di Branchie e Fango, l’Aldo Nove un anno dopo l’uscita di Woobinda, altri nomi noti come Massimiliano Governi e Andrea G. Pinketts. Le storie di questi autori, unite a quelle di scrittori comparsi fino ad allora solo in altre antologie o riviste, costituiscono il corpus di questa raccolta, che conta in totale 10 racconti. La parola “Gioventù” ci fa quindi intendere come negli anni Novanta ci sia stato un vento – più una brezza, considerata l’effimera durata – di cambiamento d’interessi da parte del pubblico, desideroso di ascoltare nuovi voci, voci più vicine alle nuove generazioni, anche in letteratura. Non a caso, è proprio la casa editrice Einaudi ad inaugurare, nel 1996, la collana Stile Libero, destinata principalmente ad un pubblico “giovane”. Fondata da Severino Cesari e Paolo Repetti, la collana pubblicherà nel corso di 20 anni, tra gli altri, autori italiani come il sopraccitato Ammaniti, Giancarlo De Cataldo, Simona Vinci, Michela Murgia, il collettivo Wu Ming e tradurrà in italiano scrittori del calibro di James Ellroy, Michel Faber, John Updike, Thomas Pynchon e David Foster Wallace. [Per saperne di più sulla storia di Stile Libero, a questo link potete trovare un interessante articolo al riguardo.]

Per analizzare l’aggettivo “cannibale” del titolo ho preferito affidarmi alle parole di uno dei protagonisti di questa raccolta:

“[Questi scrittori] si sono messi a raccontare un tipo di realtà  in modo esasperato: l’urgenza del quotidiano, rivisto sotto la lente della contemporaneità assoluta e sotto l’influenza dei nuovi media. […] In quegli anni poi era uscito Pulp Fiction [1994, regia di Quentin Tarantino], un film che aveva in qualche modo segnato un’epoca, e credo che questo abbia caratterizzato in qualche modo l’ultimo momento identificabile della letteratura italiana.”

— Aldo Nove (intervista per Rai Letteratura)

Violenza gratuita e simbolica, rappresentazione esasperata della realtà, scenari orribili e raccapriccianti, il forte riferimento ai media e alla loro influenza sulla società contemporanea: questi sono i punti cardine sui quali si basano i fondamenti del movimento letterario dei “cannibali” italiani. I lettori sono avvisati: in queste storie non c’è lieto fine, MAI. Gli obiettivi dei loro racconti sono altri. Sono un viaggio all’interno della follia umana e del dolore fisico (perché un omicidio è orribile, è vero, ma i delitti di questi racconti lo sono ancora di più). I personaggi sono uomini e donne che non si vorrebbero mai incontrare: si passa per mutilatori, stupratori, tossicodipendenti fino ad arrivare alle apologie delle deviazioni mentali, alla capacità delle persone più insospettabili di arrecare un dolore fisico a sé stessi e agli altri. L’utilizzo sapiente della lingua italiana da parte degli autori di queste dieci storie, poi, rende quello che si legge estremamente visivo (l’esempio più lampante è il racconto di Daniele Luttazzi, dall’inequivocabile titolo “Cappuccetto Splatter“, un’atroce rappresentazione in chiave fiabesca della vita di una modella alle prese con un PR “famelico”, dove le scene sono raccontate con una minuzia di dettagli da pelle d’oca).
Si tratta dunque di un libro destinato ai soli amanti del genere? Assolutamente no. La cosa che non può, che non deve sfuggire a chiunque si approcci a questi racconti è l’ispirazione che ha portato a scriverli: la vita “reale”, più nel dettaglio quel mondo orribile, pieno di violenza, delitti efferati e macabri particolari al quale siamo continuamente esposti attraverso i media (inserire un programma televisivo/quotidiano locale qualunque qui). Nonostante il libro risalga a 21 anni fa, le visioni che inscenano questi racconti sono verosimili ed assolutamente attuali. Invito caldamente chi fosse interessato a recuperarsi questo piccolo gioiello della narrativa italiana, anche solamente per poter mettere gli occhi sugli esordi di alcuni scrittori diventati poi famosi nei primi anni 2000 (vedi Luisa Brancaccio, Matteo Galiazzo e lo stesso Aldo Nove).


 

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