A prescindere che comunque finirai per arrabbiarti, voglio che tu sappia che nemmeno io sono sicuro che tutto questo sia reale. Ma te lo racconterò lo stesso.
È tutto cominciato una sera d’Agosto, alla festa del paese. Era una di quelle tante feste di paese dove la gente esce fuori un po’ matta, non so se mi spiego. Con ogni probabilità finisci per incontrare gente che vedi per strada, ogni giorno, solo che alla festa sono un po’ diversi. Un po’ più su di giri, diciamo. Esaltati dall’odore di libertà che si respira nell’aria – satura, tra le altre sostanze, di qualcosa che sta friggendo e tu non riesci a capire cosa sia e soprattutto dove sia.
Io sono uscito, ovviamente, insieme ai miei tre amici. Abbiamo fumato insieme qualche sigaretta, siamo andati sugli autoscontri, abbiamo insultato un paio di ragazzi che venivano da fuori perché il loro cane aveva cagato vicino a un lampione e loro non si erano fermati a raccogliere la merda. Appena hanno sentito le nostre voci che li chiamavano si sono cagati addosso e sono scappati, trascinando per un buon tratto di strada il povero cagnetto per il guinzaglio.
Questo la prima sera della festa cittadina (in tutto erano cinque): la seconda serata, il sabato, è stata la migliore per il sottoscritto. Il piazzale della città si è riempito di gente che non avevo mai visto; tra tutte le belle ragazze, ne ho trovata una, un po’ cicciottella, con i capelli tinti di un rosso che sembrava uscito dall’Inferno, cazzo; le ho offerto da bere, ci abbiamo dato dentro con l’alcool, e alla fine la tipa era talmente sbronza che si è addormentata su uno dei tavoli lerci del bar. Al mio ritorno sul piazzale, il fattaccio: ho trovato i miei amici alle prese con una specie di rissa da quattro soldi, iniziata da uno dei ragazzi di una compagnia che veniva da fuori. Il campanilismo si è fatto sentire e sono subito andato a dare man forte ai miei amici, mentre intorno si stava creando una bolgia del cazzo di gente con bambini che scuoteva la testa e si allontanava, ragazzi che incitavano alla violenza più spietata e altre persone che invece si univano alla battaglia, chi dalla parte di una fazione chi dall’altra. A questo punto però il mio amico si è accorto che stavamo facendo un baccano infernale e che uno stronzo amante della tranquillità aveva il telefono in mano, pronto per chiamare le forze dell’ordine. Allora il mio amico ci ha fatto capire che forse era meglio smetterla e rimandare a un’altra volta l’apocalisse che si stava inscenando, e abbiamo accordato coi fricchettoni dell’altra banda un pestaggio coi fiocchi in campo neutro, il martedì. Un po’ mi scocciava perché avremmo perso i fuochi artificiali, ma vuoi mettere con la soddisfazione infinita di vedere i denti che volano come piccole stelle cadenti fuori dalla bocca di uno stronzo che tu hai appena preso a cazzotti?
Ci siamo quindi esercitati tutta la domenica a tirare pugni sul punch-ball vicino alle giostre. Dei miei amici sono stato il più scarso: ci siamo confrontati col punteggio e io ho ottenuto un discreto 786, ma tutti i miei amici erano sopra l’860, specialmente il più vecchio di loro, che ha mandato in tilt più di una volta il conteggio dei punti, segnando 999. Abbiamo deciso all’unanimità, ammirati, che lui ci avrebbe rappresentato nella rissa del martedì.
Il martedì è arrivato e noi ci siamo presentati in quindici (io, i miei tre amici e altri ragazzi che avevano partecipato alla rissa del sabato) al posto indicato per la mattanza: loro erano in venti, anche se probabilmente meno preparati di noi. Più avanti capirai la ragione del mio probabilmente. I due capisquadra si sono guardati in faccia per un paio di secondi, mentre noi tutti aspettavamo indietro. Poi il mio amico si è incazzato per chissà quale motivo e BAM! ha tirato un cartone da 999 sul muso dell’altro caposquadra. Quello è caduto a terra come un pomo maturo e non si è più rialzato. KO tecnico. Allora i diciannove suoi amici si sono incazzati come delle iene e sono partiti alla carica verso di noi, urlando come dei pazzi. Ululavano come vichinghi, cazzo, e tutto questo ci ha esaltati ancora di più e allora anche noi siamo partiti alla carica tutti uniti come un gruppo fino a quando non abbiamo raggiunto il nostro caposquadra e insieme a lui ci siamo fiondati contro gli altri ragazzi. Sembrava di stare in uno di quei film americani ambientati nell’antica Roma, o l’Antica Grecia (che poi mi son sempre chiesto che cazzo c’entrassero gli americani con l’antichità, va’ a sapere), dove poco prima dell’impatto tutto diventa più rallentato e ti sembra di poter scorgere molte più cose con lo sguardo. I ragazzi che stavano davanti a me hanno cominciato a pestare senza ritegno i bellimbusti dell’altro gruppo, quelli più grossi se ne prendevano addirittura due a testa. A un certo punto uno dei miei amici, un armadio a due ante, pelato già a ventidue anni, ha afferrato due malcapitati per la testa e BUUM! ha fatto tirare una testata collettiva a quei due. Se ci penso riesco ancora a sentire il rumore secco che hanno fatto i loro crani. Roba da far venire i brividi. Ho cominciato anche io a pestare qualcuno, ma all’inizio avevo poco lavoro da fare: i nostri più avanzati avevano già sistemato il grosso del lavoro. Alcuni già si stavano rotolando per terra in preda a strani rantoli che comunque lasciavano intendere che non si sarebbero rialzati a breve. Ho tirato un calcio a uno di loro, così, per sfizio: dovevo pur cominciare da qualche parte. Poi l’ho notato, cazzo se l’ho notato: laggiù, in fondo al campo, nelle retrovie del devasto infernale che stava infuriando sempre di più, c’era un ragazzetto che non osava avvicinarsi alla zona dove volavano le botte vere. Mi ci sono fiondato addosso, lui praticamente non mi ha visto arrivare, e quando si è accorto di me era comunque troppo tardi. Gli ho scaricato un gancio destro 786 in piena mascella. Il mio pugno ha avvertito il contatto con la pelle e con l’osso – quest’ultimo ha pure fatto un rumore strano, come quando stappi la bottiglia di spumante da quattro soldi a capodanno. Il tipo è crollato a terra con la lingua di fuori: sembrava che gli avessi sganciato la mascella, non ne sono sicuro, perché da quel momento in poi per me è tutto buio. Da quello che mi hanno raccontato successivamente, un bastardo figlio di puttana si era portato l’artiglieria pesante con sé. Una spranga di ferro, di quelle buone, senza ruggine. Prima ha colpito il mio amico alla schiena, quello che sferrava pugni 999, e poi ha cominciato a menare la sbarra alla cieca, fino a quando non ha visto me che stendevo uno dei suoi amici. L’avevamo vinta noi, la rissa. Se si fosse guardato intorno avrebbe notato che, oltre a lui, rimanevano altre due persone della sua cricca. Ma quel brutto, schifosissimo figlio di puttana non se n’era accorto. Ha preferito fare un gesto da codardo, colpendomi alle spalle. Due secondi dopo che avevo atterrato il ragazzetto, mi ha suonato una sveglia micidiale con la spranga da dietro il collo, colpendomi all’altezza dell’orecchio.

Da quel momento sono seguite molte ore di buio. Mi sono risvegliato sedici ore dopo in una stanza che puzzava di qualcosa che i miei amici più colti hanno chiamato acido fenico, ma io queste cose non le so e non mi interessano. Io sono bravo a bere la vodka e a far ridere i miei amici, e se c’è da menare, meno. Questo mi basta. Non creo problemi a nessuno, io voglio solo stare in compagnia con i miei amici e farmi quattro risate agli autoscontri, e magari riuscire a baciare qualche ragazza, ogni tanto. Quando uscirò da questo letto, da questa stanza, da questo corridoio e da questa struttura, te lo farò vedere, te lo dimostrerò. Devo solo capire quando potrò uscire di qui e poi vedrai, se quello che dico non è vero posso offrirti una birra, o due, o magari organizzare un altro pestaggio memorabile come quello di martedì scorso. Ce li hai diciannove amici disposti a rischiare?