Questa è la storia di un uomo, Andrej Čikatilo, comunista convinto, lavoratore, padre di famiglia e killer di almeno 56 persone tra il 1978 e il 1990. Questo arco temporale coincide con gli anni del declino (e della fine) dell’Unione Sovietica. Come l’ha definita lo stesso autore:

“Il romanzo racconta due storie parallele: la storia di un uomo, un’anima sbagliata, se si vuole, e la storia di un popolo e di un’idea.”

Andrea Tarabbia, 12 Agosto 2016

Il romanzo è incentrato, quasi interamente, su Andrej Čikatilo, figura tormentata. L’autore ripercorre la sua vita lasciando che sia lui a raccontarcela: lo stile è autobiografico, il protagonista rincorre episodio su episodio, come se si trattasse di una confessione durante un interrogatorio (e, in effetti, lo è per davvero). Compaiono tutti i tratti salienti della sua vita: dalla nascita, nel 1936, alla Seconda Guerra Mondiale, con le umiliazioni che la miseria e la guerra portano sempre con sé; dall’adesione al Partito Comunista nel 1961, all’inizio del declino dell’Unione Sovietica. Proprio su quest’ultimo punto si focalizza l’autore. Infatti, si può scorgere quanto il binomio Čikatilo-URSS prosegua in simbiosi, unito in un declino inesorabile. La principale causa che spinge questo uomo a uccidere sembra trovare fondamento (perlomeno, secondo la sua versione) nell'”ammollimento” costante e progressivo del suo Paese:

“<<Le stazioni, le fermate degli autobus. […] Io ci vado spesso, sai, sui treni, sui pullman urbani… nelle stazioni trovo sempre molti vagabondi, vecchi e giovani. Chiedono l’elemosina e sono ubriachi già di prima mattina. Tra loro ci sono anche dei minorenni. È un’umanità ributtante, Stëpa>> […] Ho indicato il ritratto del padre dei popoli appeso alla parete: <<Vedo la sconfitta dell’Unione Sovietica, la fine di tutto quello che abbiamo creato, per cui abbiamo lavorato e combattuto e siamo morti.”

Dunque, i “colpevoli” di questo degrado della nazione sono, secondo Andrej, i reietti, o come li definisce lui, confessandosi con Stepan, figura simbolica del fratello che non ha mai conosciuto e che lo tormenta, i “parassiti”. E, come una divinità punitiva, decide di ripulire il mondo da questi personaggi; addirittura, Čikatilo si crede incaricato da una sorta di giustizia superiore, che lui forse individua nella Grande Causa Comune, per la quale egli deve fare da tramite:

“Il mondo è pieno di assassini che non hanno mai ucciso né mai uccideranno; è pieno di morti e di benedizioni che non sono mai state date. Così, sulle mie spalle è caduta la colpa e la catarsi di tutti gli omicidi rimasti incompiuti nell’epoca della dissoluzione. […] Io giravo, e il Paese crollava: sono un contemporaneo della fine del mondo e ho provato, per fedeltà, per amore, a fare in modo che sopravvivesse. Nel mio giardino delle delizie, nella mia tana di vicolo Meževoj, nelle case dove ho fatto il mio dovere sono entrati soltanto dei rifiuti, dei reietti. Avreste dovuto sentire l’odore dei loro corpi, la sporcizia e il puzzo di alcol autoprodotto che li accompagnava! Avreste dovuto vederli, quei volti smagriti, corrosi dall’interno, avreste dovuto vedere nei loro occhi – finché hanno avuto gli occhi! – il riflesso della colpa, la vergogna di non saper prendere parte alla gloria imperitura dell’Unione! Ecco chi sono io, Andrej Čikatilo: un pesce pulitore, un sanatore delle vergogne di questo luogo che i nostri padri avevano voluto pulito, felice.”

Non è quindi un caso che, con l’arrivo degli anni Ottanta, i crimini di Čikatilo si facciano più efferati e macabri, manifestando la sua follia, derivata da una vita personale insoddisfacente e da un mondo che lo circonda coinvolto in un cambiamento che lui non è in grado di sopportare. La traccia delle vittime, fabbricata accuratamente dal killer in persona, sta tutta in una serie di piccole mosche di rame create dall’assassino dopo ogni omicidio, in un macabrissimo “giardino delle delizie” dove, per l’appunto, Andrej è <<il pollice e l’indice che schiacciano la mosca>>.

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RIEPILOGO:

TITOLO: Il Giardino delle Mosche
AUTORE: Andrea Tarabbia
EDITORE: Ponte alle Grazie, Milano
PAGINE: 336 pp.
RICONOSCIMENTI: Premio Campiello 2016 (finalista), Premio Manzoni

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