Un caldo pomeriggio d’Agosto. Per la prima volta dopo tanto tempo mi capita finalmente l’occasione di tornare alla vecchia palestra dove mi sono allenato per gran parte dell’adolescenza e l’inizio della mia età adulta. La pallamano è uno degli sport che più mi è rimasto impresso nella memoria: mi piaceva giocarci, mi piaceva guardare i professionisti in televisione, ne parlavo con gli amici quando uscivamo la sera. Una passione, insomma, che ormai si è trasformata in nostalgia che ogni tanto ritorna e risveglia dentro di me qualche folle idea: potrei provare a tornare, giocare qualche minuto… ma da tempo non ci do più peso. Mi sono rassegnato: è un capitolo della mia vita che è inevitabilmente (e giustamente, aggiungerei) concluso. Sono troppo avanti negli anni per sperare di tornare competitivo nello sport agonistico; inoltre, come dicono i miei amici, “ho messo la testa a posto”. Alludono al fatto che ho trentatré anni, e mentre loro continuano a giocare a calcetto e a ubriacarsi il venerdì sera, io nel frattempo mi sono sposato e sono padre di due bambini. Il più grande, ironia della sorte, sta per compiere sette anni, e ha deciso di seguire le orme del sottoscritto: l’anno scorso ha cominciato a giocare a pallamano, e ha deciso praticamente da subito di giocare in porta, esattamente come suo padre. La cosa mi ha al tempo stesso rallegrato e preoccupato, ma mia moglie è riuscita a rassicurarmi a modo suo: rilassati, mi ha detto, è ancora un bambino, ed è molto meno testardo di te… alla prima pallonata in faccia, desisterà e proverà a ricoprire qualche ruolo meno doloroso.

Mi chiedo se è mai esistito veramente, nello sport, un ruolo che non prevedesse il dolore, sia esso fisico o psicologico.

Prendo le chiavi della macchina e bacio mia moglie, poi esco di casa e mi metto in macchina. Guidando verso la palestra mi tornano in mente le parole che si dicevano i miei genitori prima di portarmi a qualche partita importante. Mio padre era una di quelle persone gentili ed educate che lo sport agonistico riesce a trasformare in bestie: durante gli ultimi anni della sua vita, era solito spendere le sue domeniche pomeriggio in palestra, principalmente a guardare le partite dei ragazzini e ad urlare addosso all’arbitro e ai tifosi avversari. Più di una volta la società lo minacciò di metterlo al bando, o peggio, di fare in modo che suo figlio non giocasse più le partite di campionato. Pochi mesi dopo quel richiamo, in cui mio padre e il presidente si presero anche a botte, il mio vecchio ebbe un infarto che lo uccise. Aveva cinquantacinque anni.

Mia madre, dal canto suo, non amava lo sport in generale. Ma ogni tanto capitava in palestra, specialmente quando c’era una partita importante e mio padre la snervava così tanto da convincerla a venire. Mi è capitato qualche volta di notare il suo sorriso sugli spalti, durante il riscaldamento: mia madre aveva il dono speciale di andare d’accordo con tutti, riusciva a mettere chiunque a suo agio. Una donna con grande attenzione all’educazione dei figli, che amava tenere pulita la propria casa e amava stare in compagnia. Quando si trovava in palestra, perfino mio padre risultava più sopportabile. Era praticamente un angelo. Dovevamo immaginarcelo tutti che la sua permanenza in questo mondo malato non sarebbe durato a lungo. Poco dopo la morte di mio padre, lei si ammalò. Non si riprese più.

Avevo venticinque anni quando morirono. Quello che mi fece più star male di tutta quella faccenda fu il silenzio tombale che avvolse le pareti della casa che fino a poco tempo prima era piena di vitalità. Amavo i miei genitori, adoravo i loro caratteri: se c’era una cosa di cui andavo veramente fiero, erano i discorsi che riuscivamo a fare; non c’era una frase costruita a caso, nemmeno la minima traccia di falsità nelle nostre discussioni. Ci volevamo bene, con sincerità, e riuscivamo a dimostrarcelo l’un l’altro senza difficoltà. Quello che più mi manca, ancora oggi, non è tanto la presenza fisica dei miei genitori, quanto la pura sincerità delle loro parole, e il calore della voce di mia madre.

Senza quasi rendermene conto sono arrivato al parcheggio di fronte al palazzetto dello sport. Esco dalla macchina: il cielo è nuvoloso, l’umidità elevata. Ripongo una remota speranza che dopo tutti questi anni la palestra abbia deciso finalmente di installare l’aria condizionata. Ovviamente, vaneggio. Il presidente della società di pallamano, quando ancora giocavo, era una delle persone più tirchie che avessi mai incontrato. È morto di recente. Ora alla guida della società sportiva c’è il figlio maggiore, che se possibile è pure peggio del padre. Ciononostante, questa società è sicuramente la più blasonata dell’intera zona: i migliori allenatori, anche nel settore giovanile, lavorano qui, e da ormai otto anni vincono quasi tutti i titoli disponibili, dall’under 14 alla prima squadra.

Già, otto anni: la coincidenza tra due episodi apparentemente isolati tra loro, come la morte dei miei genitori e l’inizio dell’ascesa di questa società, mi ha sempre incuriosito. Non sono il tipo di persona che crede in cose come il fato e altre simili giustificazioni per spiegare gli avvenimenti, ma durante quell’oscura primavera di otto anni fa, considerata la mia fragilità psicofisica, avevo cominciato a credere. Credere a qualcosa di sovrannaturale, per provare a contrastare e a superare il dolore della mia perdita. In quel singolo anno accaddero due avvenimenti che potrebbero essere inclusi in questa categoria: il primo, forse il più eclatante per la collettività, riguardò appunto la squadra di pallamano dove io ero il primo portiere. Vincemmo il campionato, in una stagione senza precedenti, e ottenemmo così la prima, storica promozione in serie A, la massima competizione disponibile. Tutti, dai dirigenti ai tifosi e persino i componenti stessi dell’organico, dal primo all’ultimo, gridarono al miracolo. Così cominciai a crederci anch’io, ai miracoli, soprattutto perché di lì a poco un secondo avvenimento sovrannaturale mi investì personalmente: incontrai la donna che sarebbe poi diventata mia moglie. Quell’anno, nonostante il dolore, molte cose andarono per il verso giusto: al lavoro ebbi una promozione, che mi consentì di guadagnare parecchio di più rispetto alla precedente mansione; il fidanzamento procedette magnificamente, la mia compagnia seppe rincuorarmi e in poco tempo andammo a vivere insieme. Si stavano già formando le basi della nostra famiglia. E prima di conoscere lei, continuai a giocare a pallamano. Sì, nonostante tutto continuai ad allenarmi, usando le partite come valvola di sfogo. E tutto sommato feci una buona stagione. La mia ultima stagione. Infatti, dopo quella vittoria assurda cominciai a sentirmi strano: all’inizio non fu un sentimento ben definito, ma dopo qualche settimana iniziai a capire che nella mia vita si era chiusa una fase, quella fase che dall’adolescenza mi aveva portato fino all’età adulta. In quel momento, dopo la morte dei miei genitori e con un figlio in arrivo, capii che semplicemente non potevo più continuare a vivere a cavallo tra le due fasi, e decisi di occuparmi esclusivamente della mia famiglia. Così lasciai perdere tutto il resto.

Che strana sensazione. Ritornare in un luogo dopo anni che non ci metti piede ha sempre un qualcosa di spiazzante: da un lato, ritrovi il posto quasi come l’avevi lasciato, ma dopo una più attenta osservazione riesci a capire che qualcosa è cambiato, probabilmente per sempre, a causa del tempo. Anche qui non vi sono eccezioni: dopo i primi passi mi sembra che nulla sia cambiato in questi otto anni, perfino l’odore pregno di sudore della palestra sembra lo stesso, così come lo sono le seggiole blu degli spalti, le porte con le reti consumate alle due estremità del campo e il tavolo segnapunti a metà campo. Ma dopo qualche secondo, capisco che per otto anni qui il tempo ha continuato a scorrere, esattamente come ha fatto con me. Le porte, infatti, sono state sostituite, e le nuove reti hanno appena iniziato a logorarsi. Le seggiole invece sono tutte sbiadite. Le linee del campo sono state ridipinte, e lungo il tavolo segnapunti è appeso uno striscione con gli sponsor che prima non c’era. Per otto anni centinaia, forse migliaia di persone sono passate per questo posto, e nulla è più come prima. Lo schiamazzo collettivo dei bambini che si stanno sfogando negli ultimi cinque minuti di allenamento sono solo un riverbero in confronto al boato del pubblico che ricordo ad ogni partita. Sugli spalti, oltre a me, noto altre due persone che stanno aspettando la fine dell’allenamento: sono genitori, come il sottoscritto, ma ad un primo sguardo non si direbbero ex giocatori. Mi siedo anch’io, verso il centro, in modo da avere una visuale più completa di tutto il palazzetto. Riesco a individuare mio figlio: nel naso ha infilato qualcosa che sembra un tappo di cotone, sembra sporco di sangue. Una pallonata in faccia. Probabilmente la profezia di mia moglie si avvererà, come quasi tutte le sue preveggenze. Distolgo lo sguardo da lui, non penso che sapere che il padre lo sta guardando in questo momento lo possa aiutare molto. Anzi, distolgo gli occhi da tutto: in questo momento, ad occhi chiusi, torno ancora una volta ai miei ricordi, alla sera della mia ultima partita, dove probabilmente, ed inconsciamente, ho avuto il primo sentore che avrei dovuto smettere.

Il sole tramontò presto quel giorno, pur essendo una giornata di fine Maggio. Sembra di essere nella Notte dei Tempi, disse il mio compagno di squadra, elettrizzato. Io finii di fasciarmi le dita della mano destra, un rituale che ero solito usare da quando in una partita mi ero rotto l’indice. Il clima nello spogliatoio era molto teso: quasi nessuno parlava, eravamo tutti concentrati per quella che sarebbe poi stata la partita. Uno scontro diretto con i primi in classifica, all’ultima giornata di campionato, e con un solo punto a dividerci. Dovevamo vincere, anche se tutti ci dissero che sarebbe comunque stata una stagione fantastica, qualunque fosse stato il risultato di quella sera. Come ho già detto, quella sera trionfammo contro la capolista e ottenemmo il primato e la promozione storica. Ma quello che più attirò la mia attenzione riguardò la partita prima della nostra, ovvero quella dell’under 18. Non era una partita importante, il campionato era già concluso a discapito del risultato, ma decisi comunque di vederne un pezzo prima di andare negli spogliatoi. Il pubblico era numeroso, gran parte di loro erano arrivati per vedere la nostra partita, ma comunque il tifo era buono. Poco prima dell’inizio, catturato dall’interesse personale, guardai il riscaldamento del portiere: mentre tutti gli altri compivano passaggi e ultimavano lo stretching, quel ragazzo rimaneva a fondo campo, tra i pali, a ripassare le posizioni del portiere, in una solitudine completa. Una solitudine nella quale io mi riconobbi fin troppo bene. Prima di conoscere mia moglie, infatti, nonostante tutti cercassero di essere presenti e di aiutarmi, io mi sentivo solo ed incompreso. Ad un certo punto un dirigente della squadra si avvicinò al giovane portiere. I due scambiarono qualche parola, e al termine della conversazione il ragazzo scosse la testa più volte. Stava piangendo. Io di colpo spalancai gli occhi e mi guardai intorno, cercando con lo sguardo qualcuno che potesse aver visto quello che io avevo visto. Ma apparentemente nessuno intorno a me lo aveva notato. Tornai a guardare la scena: ora il dirigente lo stava abbracciando, mormorandogli qualcosa all’orecchio. Da lì a poco, l’arbitro chiamò a se i capitani per il consueto lancio della moneta, e successivamente la partita iniziò. Nella mia vita di sportivo ne ho viste tante, di partite, ma non potevo immaginare quello che successe dopo il fischio d’inizio. La pallamano è uno sport dinamico, dove i gol si segnano quasi ogni minuto ed è impossibile non prenderne nemmeno uno, neanche con la miglior difesa schierata in campo. Ecco, il portiere della nostra squadra parò tutti i tiri che gli arrivarono. Anche quelli in contropiede, in uno contro uno, dove è più facile segnare, lui parò tutto. Dopo l’ennesima parata impossibile, dove io mi alzai in piedi ad esultare (e il pubblico fece lo stesso), il portiere si accorse del nostro tifo, come se per tutto il tempo precedente si fosse trovato in uno stato estraneo al nostro. Effettivamente, non sembrava nemmeno concentrato sulla partita. Dopo che si fu accorto di noi, le tre parate successive furono accompagnate da urla, provenienti proprio dal giovane portiere. Urla potenti, che squarciavano perfino il frastuono degli spalti. Ma erano urla strane: non stava esultando, sembrava quasi che stesse soffrendo. Il primo tempo finì con il risultato incredibile di 15 a 0. Alcuni di noi fecero ironicamente delle foto al tabellone, per “incorniciare” il risultato. Mi dissero spiritosamente che, se anche io mi fossi comportato come lui, quella sera non avremmo avuto problemi a vincere il campionato. Tutti attendemmo con impazienza il secondo tempo, ma quando le squadre ritornarono in campo il fortissimo portiere non c’era più. Ci guardammo tutti un po’ smarriti, nessuno sapeva spiegarsi quell’avvenimento. E niente, il match continuò normalmente con la sola differenza che il portiere di riserva era entrato in sostituzione dell’altro ragazzo. La partita diventò quindi normale. Poi io e gli altri miei compagni di squadra andammo a cambiarci negli spogliatoi, e il resto è storia.

Pochi giorni dopo venni a sapere che il ragazzo aveva avuto una grave perdita quel giorno: il nonno era ricoverato all’ospedale, e morì più o meno in contemporanea alla fine del primo tempo. La notizia mi fece stare parecchio male; provai a mettermi in contatto con il ragazzo, ma non ci riuscii. Dopo quella partita, il ragazzo sparì misteriosamente dal nostro ambiente sportivo, e dopo poco tempo io smisi di giocare.

Durante questi otto anni, mi è capitato sovente di chiedermi che fine abbia fatto quel ragazzo, ma ovviamente non ho mai trovato una risposta. Riapro gli occhi mentre i bambini finiscono l’allenamento e cominciano a dirigersi verso gli spogliatoi, ora il silenzio della palestra è quasi spettrale. Gli altri due genitori si alzano, anche loro si dirigono verso l’uscita. Credo di essere solo. Ma poi mi accorgo di non esserlo, perché il sole di questo caldo pomeriggio d’Agosto, oltre alla mia, sta proiettando un’altra ombra sulle gradinate degli spalti. Girandomi, riesco a scorgere un giovane uomo che sta venendo verso di me; il suo viso non mi dice niente, almeno all’inizio, ma lui sta sorridendo, come se mi conoscesse. Chiedo scusa, mi dice con la sua bella voce, ma lei per caso è il signor …, che giocava in porta qualche anno fa? Sa, io ero un suo grande tifoso…