The Drowning Trilogy – Terzo Racconto (Pubblicato per la prima volta nell’Ottobre 2014)

Tic Toc.
Tic Toc.
Tic Toc.
Tremilaquattrocentonovantotto.
Tremilaquattrocentonovantanove.
Tremilacinquecento.
Non riesco a dormire, porca miseria.
Questo letto non me lo ricordavo così scomodo.
Da quando dormire è diventato così difficile?
Meglio alzarsi, vediamo cosa c’è fuori… dopotutto, la parte che più preferisco di questa casa è proprio la finestra che da’ sulla città… posso godermi una vista mozzafiato della metropoli.
Però, questo posto di notte mi pare diverso, non mi sembra nemmeno di conoscerlo. Sarà che per motivi lavorativi sono sempre stanco, così la notte invece di uscire punto a recuperare preziose ore di sonno… anche se ora non ci riesco più.
E non ricordo perché.
L’unica cosa che so per certo è la durata della mia insonnia: 72 ore, sono tre giorni che non dormo. Tre giorni che non collego la spina del cervello al proprio posto, sia a casa che al lavoro. I miei colleghi alla banca avranno cominciato a sospettare qualcosa, mi guardano con l’apprensione e la pietà che rivolgerebbero ad un vecchio malato. Faccio pena.
E non ricordo perché.
Tiro meglio la tenda, voglio vedere più in là, oltre i grattacieli, dove comincia quel bosco. Dicono che un vecchio abiti tutto solo, in mezzo a tutti quegli alberi…
Ma che cosa mi prende? Mi sento così strano, così solo… forse è meglio aprire la finestra, lasciare passare un po’ d’aria fresca mi farà bene… un momento! Ho detto “solo”?
Facciamo mente locale: perché dovrei sentirmi solo?
Guardo il letto. Ma… lei dov’è? Dov’è mia moglie?
Sto tremando. Porca puttana, sto tremando! Ma certo, ora ricordo: se n’è andata tre giorni fa, quando mi ha accusato di non essere altro che un uomo di paglia, una marionetta al servizio di un burattinaio senza scrupoli. “Non sei più la persona che amavo” mi ha gridato, poi è uscita sbattendosi dietro la porta.
E da allora non dormo più; ecco perché passo le mie notti a contare il ticchettio dell’orologio, ecco perché al mattino non mi interesso più dell’alba che sorge, ecco perché sono così vuoto…
Certo, faccio bene a digrignare i denti, mi sta bene avere il sorriso amaro dipinto sul volto. Ho capito troppo tardi, sono arrivato alla conclusione con troppo distacco.
Avevo dei sogni e delle speranze…
La pressione di mio padre, che insisteva tanto affinché diventassi un uomo di successo…
La conoscenza della donna che sarebbe poi diventata mia moglie…
L’impiego dei miei sogni, il forte desiderio di costruire una famiglia… surclassato poi dal lavoro.
Quando?
Quando è cominciato tutto questo? Da quando le mie priorità si sono capovolte in questo modo obsoleto? Più ci penso e meno ricordo… non riesco a trovare un appiglio cronologico, questo mi mette un’ansia assurda. Guardo di nuovo fuori dalla finestra, lascio che l’immensa distesa di strade, luci e rumori m’inglobi nella sua grandiosità… il mio sguardo si concentra poi ad ovest, sulla cima di un appartamento diroccato. C’è una piscina, incredibile, ed un ragazzo ci sta nuotando a quest’ora della notte. Come lo invidio, chissà quanto spensierata possa essere una persona alla sua età.
Me lo ricordo bene, come ci si sentiva. Sognavo di fare il pilota; volare è il primo sogno che ricordo di aver avuto. Non sono mai riuscito a realizzarlo.
Ma ora che ho perso tutto, ora che anche mia moglie se n’è andata, lasciando queste mura spoglie in balia di sé stesse, sento che non posso più fare parte di questo luogo.
E neanche di questo mondo.
Io voglio volare.
E allora grido.
«Gentili passeggeri, è il vostro comandante che vi parla. Vi ringrazio per aver scelto la nostra compagnia aerea e vi auguro un buon viaggio. Stiamo per decollare. Allacciate le cinture!»
Prendo la rincorsa, e con un balzo atletico scavalco la finestra, pronto a volare nel mondo, la sensazione di vuoto sotto i piedi…

“Comandante, stiamo perdendo quota rapidamente. Dovremo effettuare un atterraggio d’emergenza. Comandante! Stiamo per schiantarci nell’Oceano! Probabilmente affogheremo tutti!”
«Non importa. Vi chiedo scusa del mio egoismo, ma non ho nulla da lasciarmi alle spalle, perciò non temo la morte. Signori, è stato un piacere danzare con voi su queste nubi, ma ora è arrivato per me il momento dell’ultimo volteggio. Tra poco le acque cingeranno la mia anima e la custodiranno, al sicuro da potenziali nemici.
Tra poco il dolore cesserà. Tutto questo cesserà.»