Copertina: Yash Godebski, Plongeoir (2011)

The Drowning Trilogy – Secondo Racconto (pubblicato per la prima volta nel Luglio 2014)

Riemergo dalle tenebre.

Nero e verde, questi due colori mi appaiono di fronte. Credevo di trovare la luce pura e bianca, come quella volta nella stanza insieme a lei, al risveglio dopo una notte passata a fare l’amore. Attimi indelebili dalla memoria, spezzettati frammenti di felicità, quelli passati insieme alla mia ragazza. Un momento che ricordo con quel classico sorriso nostalgico e l’amaro in bocca che cresce.

Il nero della notte mi avvolge, il colore verde invece è dato dalle luci al neon del grattacielo di fronte al palazzo dove vivo. Di notte diventa una meta per giovani e trasgressivi ragazzi, e la sua forma unita ai colori che lo pervadono gli conferisce il soprannome di The Green Bottle. Sono bagnato, l’acqua della piscina è riscaldata e l’umido clima estivo che c’è qui fuori stanotte rende piacevole una nuotata. Sono sull’attico, sulla piscina che frequento quasi sempre di notte. Mi piaceva prendermi un po’ di tempo, una volta. Adesso ne ho fin troppo.

L’inquinamento luminoso non rende possibile la visione delle stelle, figuriamoci la Luna. L’atmosfera qui è ben diversa da quella presente alla baita dove l’incontrai la prima volta. Davano una festa in montagna, ero tra gli invitati. La vidi seduta con le sue amiche in fondo alla stanza; le ragazze come lei non vogliono stare sotto i riflettori, mi dissi. Passarono graduazioni alcoliche prima che arrivammo a parlarci, fu grazie ad un mio amico ubriaco che riuscii ad avvicinarmi senza evaporare dall’imbarazzo. Cominciammo a ridere e scherzare, e mi ricordo di aver pensato di non aver mai visto niente di così bello in tutta la mia vita. La luminosità dei suoi occhi m’incantò fin da subito. Arrivò la notte fonda, lei era ubriaca ormai. Decidemmo di fare quattro passi poiché il calore della baita ci stava stroncando. Uscimmo nella neve, andammo verso la foresta lì vicino e ci portammo dietro una coperta. Ci stendemmo a guardare le stelle, fu bellissimo. Ad un certo punto non resistetti più, volevo baciarla. Mi avvicinai a lei, tremendamente tremante d’insicurezza, ma lei non mi respinse, anzi, ricambiò le mie labbra con dolcezza e desiderio. Da lì a poco ci mettemmo insieme. Erano i giorni più belli della mia vita.

Mi faccio un’altra vasca in quest’acqua scura che sembra entrare dentro di me. Scura, come il mio umore, come i miei pensieri, come la piega che ha preso la mia vita in questi anni. Alzo gli occhi al cielo e vedo una stella; quasi grido al miracolo, mi fermo, galleggio. È forse acqua quella che mi scende dall’occhio, o si tratta forse di un rivolo salato di tristezza e malinconia?

Passarono i giorni, le settimane, i mesi. I baci continuarono, progredì anche la passione. Scoprimmo i nostri corpi con curiosità, quasi fosse un gioco fare l’amore. Scoprii in fretta che non c’era luogo migliore in cui trovarmi, se non di fianco a lei, in un letto, nudi e felici. La nostra storia sviluppò molto la mia creatività; ogni giorno mi ideavo una sorpresa o comunque qualche cosa per farla sentire felice ed amata. Glielo dissi, una volta: “ho trovato la mia missione, è quella di farti sorridere almeno una volta al giorno”. E ci credevo, quanto ci credevo.

Il problema arrivò dopo. Mi accorsi piano piano che nella sua graduatoria io ero al secondo posto. C’era una cosa che lei amava più di me: quel maledetto specchio. Gliel’avrò detto milioni di volte che lei era perfetta così com’era, che non doveva cambiare di una virgola perché io l’amavo per quello che era, che era bellissima, davvero. Avrei voluto rompere quello specchio tante di quelle volte, alla fine non l’ho mai fatto.

Lei non mi ascoltava, oppure mi ascoltava relativamente, dato che in graduatoria c’era prima lo Specchio; fu così che rovinò tutto quello che di buono era stato creato. Mi accorsi lentamente di essermi distaccato da lei, come una reazione involontaria alla sua trascuratezza. Lei cambiava, io mi allontanavo in stile “deriva dei continenti” da lei. Come due poli che si respingono. Passò anche quell’anno: alla fine, non sapevo più chi avevo di fronte, e che cosa avevo fatto di male per ritrovarmi così, alla fine dell’adolescenza, sconfitto e disilluso. Mi si pose davanti un bivio finale: accettare di affondare con lei, nel suo infinito oceano di specchi e numeri, oppure mollare la scossa definitiva e staccarmi definitivamente da lei. Scelsi la seconda possibilità. Partii… la lasciai indietro…

Ancora in acqua, sento dalla Green Bottle partire una canzone dei R.E.M: Nightswimming, che sembra ironicamente messa lì per me. Quel piano, che suona praticamente le stesse note per tutta la durata del brano, rispecchia perfettamente il loop della mia vita, la staticità e la paralisi di ogni giornata che passo qui. Alzo gli occhi al cielo: quella stella è ancora là, fissa ad osservarmi. Sento le lacrime, questa volta inconfondibili, scendere dai miei occhi. Provo ad immergere la testa, vado sotto acqua, butto fuori l’aria… fino a toccare il fondo. Apro gli occhi, vediamo se c’è ancora quella stella. Sorrido, ovvio che è ancora là, diventa ogni secondo più luminosa. Sembra quasi che stia venendo a prendermi…

Sorrido, mentre il respiro comincia a mancarmi. Parlo sott’acqua, ma lei può comunque sentirmi: “finalmente sei tornata.”