Copertina: Kazimir Severinovič Malevič (1878-1935), Quadrato Nero; Galleria Tret’jakov, Mosca

The Drowning Trilogy – Primo Racconto (pubblicato per la prima volta nel Maggio 2014)

Mario tornò a casa dalla moglie dopo l’ennesimo adulterio. Era il sesto in quel mese, ed il terzo con Angela, un’altra personalità disillusa di mezza età che ormai non chiedeva altro dalla vita se non il sesso. Proprio come lui, Angela attendeva che il giudizio finale arrivasse, cercando quindi di trarre godimento nel modo più naturale possibile: la passione carnale, alla ricerca di un orgasmo non ricambiato. «Non me ne frega un cazzo se tu non godi, sia ben chiaro» gli aveva detto la prima volta che si era tolta le mutandine, al loro primo appuntamento nell’appartamento di lei. «Lo stesso vale per me» le aveva risposto lui senza più guardarla negli occhi. Quando si incontrava con le amanti, lo faceva perché ormai niente gli dava più soddisfazione dell’infilare il proprio cazzo all’interno di bocche, fighe e culi che non fossero quelle di sua moglie. Non era tanto godere la cosa che più lo confortava, gli bastava sapere che Rosa ne avrebbe sofferto, la sua cara mogliettina che lo aspettava a casa quella sera, come tutte le sere. Quella stronza.

Rosa stava come sempre seduta sul divano nella posizione abituale: tutto il peso concentrato su un fianco, con le gambe che si piegavano e mandavano le ginocchia ad incontrare il mento. “Una cazzo di posizione fetale del cazzo”, pensò Mario, che come al solito sragionava dopo aver visto la moglie. Si avviò senza un saluto verso il salotto, dove fece quello che sapeva fare meglio: attaccarsi alla bottiglia di grappa.
«Buonasera, caro» lo salutò lei, slacciandosi dalla posizione e girandosi verso di lui. Lo aveva captato, Mario se n’era accorto. Quella stronza aveva scoperto il suo adulterio un’altra volta.
«Dove sei stato?» gli chiese come se già non lo sapesse.
«A giocare con gli amici» grugnì Mario, trangugiando una buona dose di grappa. «La cosa ti dà forse fastidio?» la schernì.
«Assolutamente no, se fosse quello che hai veramente fatto…» sospirò Rosa, gli occhi pesanti e tristi. Non erano più belli come una volta, quando erano giovani Mario li chiamava “le mie perle”… ora erano solo “i suoi occhi traditori”.
«… Potresti anche essere sincero con me, sai» sibilò alla fine Rosa.

“Sincero?” si ripeté in una parte remota della mente Mario, ormai in preda all’ubriachezza molesta. Quella merda di alcol andava più liscio dell’acqua giù per la sua gola, e quando beveva troppo i suoi veri pensieri, le sue vere parole finivano sempre per uscirgli di bocca. “SINCERO?!?”. La voce nella sua testa, corrispondente alla sua personalità più irascibile, stava prendendo velocemente il controllo di tutto il cervello. Il cavo della parola venne collegato, e in quel momento non ci fu più spazio per i ragionamenti razionali.

«Proprio tu parli…» cominciò a bassa voce Mario, lo sguardo cupo, gli occhi assenti. Si portò una mano tremante ai capelli, strizzandoseli in preda a quello che sembrava un principio di delirium tremens. Il ciuffo di capelli bianchi cadde sul volto dell’uomo, dandogli ancora di più l’immagine di uno squilibrato. La mano che non stringeva i capelli, quella sinistra, si mosse calma e verso la bottiglia mezza piena di grappa. Le strinse il collo.
«PROPRIO TU PARLI DI SINCERITÀ?!?» urlò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. La mano che stringeva la bottiglia si alzò di qualche decina di centimetri, rigirandone il collo, e quando Mario ebbe terminato la frase, la lasciò partire con tutta la forza di cui disponeva contro il muro, mandandola a schiantarsi in mille pezzi.
Il riecheggio prodotto nella stanza fu terribile. Rosa sussultò, le era venuta persino la pelle d’oca. In terra si spargevano migliaia di frammenti di vetro, alcuni erano addirittura rimasti fissati sul muro. L’odore puzzolente della grappa si spargeva per il salotto, mano a mano che il liquido si propagava sulla superficie delle piastrelle.
La furia di Mario non si arrestava: «SONO FORSE STATO IO AD ANDARE A LETTO CON QUEL COGLIONE DI RICCARDO, FORSE? EH? RISPONDI!!!»
La sua mano destra si chiuse a pugno, strappando ciuffi di capelli e schiantandosi sul tavolo di formica con una violenza tale da mandare in terra anche il bicchiere che si trovava lì sopra. Altri frammenti ai cocci, pensò Rosa…

L’aveva davvero tradito, sei anni prima. Il viaggio di lavoro di Mario che lo teneva lontano da lei, l’attacco di depressione che l’aveva colpita, il vicino di casa (Riccardo) che aveva approfittato di lei senza alcun sentimento… Prima del ritorno di Mario, aveva deciso d’impiccarsi per levarsi il peso del rimorso. Bastardo, opportunista insensibile e pure codardo. Rosa era rimasta, aveva dovuto raccontare lei a Mario quello che era successo, lei si era subita gli sguardi di sottecchi della gente del paese, lei si era subita l’etichetta di “meretrice” dal mondo intero. E sempre lei, da un anno ormai, subiva gli adulteri incondizionati del marito. Una vita rovinata per colpa di una mezz’ora passata con l’uomo sbagliato. Il loro figlio non le parlava più. Il suo datore di lavoro l’aveva licenziata. Tutto quello che faceva nell’arco delle sue giornate era starsene sul divano, in posizione fetale, a cercare di farsi piccola e separarsi dal mondo esterno… Si sentiva soffocare.

Le lacrime cominciarono a scendere dagli occhi di Rosa. «Mi dispiace tanto per quello che è successo, sai?» gli urlò di rimando. Il suono di una voce così forte sembrò stordire Mario, che smise di bestemmiare. I due coniugi si guardarono. «Ti avrò ripetuto più di qualunque altra cosa che mi dispiace, ti ho spiegato i motivi che mi hanno portato a fare ciò che ho fatto, e nonostante io sia stata quasi stuprata tu continui a darmi la colpa! Tutti mi danno la colpa! Come se ognuno di voi, meschini e falsi bastardi, avesse il diritto di puntare il dito contro di me! Come se foste tutti perfetti, mi date la nausea!»
Era in preda ad una crisi isterica. Tremava incontrollabilmente. Ad un passo dal baratro.

Mario era totalmente spiazzato dalla scena che aveva di fronte: la voce della rabbia gli si era strozzata in gola, e adesso non poteva far altro che guardare Rosa piangere e tremare. “Sta impazzendo o cosa?” si chiese, insensibilmente. Non sapeva più che dire, che fare… in quel preciso istante, tutto quello che era successo dal suo ritorno dal viaggio di lavoro era in bilico.
E una terribile, colpevole domanda gli esplose nel cervello: “non avrò forse sbagliato a giudicare gli eventi?”
Ma non ottenne risposta, poiché Rosa si alzò e corse fuori dalla casa, diretta verso il bosco vicino.
Mario rimase in casa da solo, ad osservare quei quattro frammenti di vetro che avevano pugnalato il muro. Meditò sul da farsi per un’ora buona, poi un’altra voce parlò nella sua mente.
Si trattava dell’amore, quello vero, che aveva provato per una sola volta in tutta quella vita.
«Rosa…» mormorò, e poi «Amore…!»
Si precipitò anche lui fuori dall’abitazione, correndo come un pazzo verso il bosco, urlando il nome della moglie tanto amata.

Era scesa la notte, e Mario non si dava pace. Rosa non si trovava, aveva urlato il suo nome in lungo e in largo, ma non aveva ottenuto nessuna risposta. La luna piena si stagliava alta nel cielo, riflettendo la propria luce sul laghetto dove Mario era arrivato. Lì, venticinque anni addietro, aveva fatto la proposta di matrimonio a Rosa. Si guardò intorno, cercando di assaporare ancora una fettina della felicità che li pervadeva in quei tempi andati… purtroppo, c’era ancora orrore in serbo per lui.
Si avvicinò, piano piano, alla vecchia quercia dove si era inginocchiato dinnanzi alla sua amata… guardando i rami più alti, notò una figura femminile sospesa a mezz’aria, con al collo un cappio ben stretto… l’altra estremità era fissata saldamente ad un ramo robusto…
Mario si avvicinò al cadavere, bluastro come la notte, e gli occhi senza vita di Rosa lo accolsero. Erano ancora aperti, ed orribilmente chiari… sembrava di trovarsi di fronte ad un fantasma.
Mario urlò. Era un urlo di dolore, misto a senso di colpa e paura per la macabra scena alla quale stava assistendo. Impazzì sul colpo, non c’erano dubbi. Guardò la superficie dell’acqua del laghetto e, al posto della sua immagine, trovò riflesso lo spettro di sua moglie, che non aveva più gli occhi ed esponeva un ghigno dai denti affilatissimi. Quell’immagine, per quanto orribile, lo attirava al tempo stesso verso il fondo del laghetto, sempre più in profondità… fino a quando i polmoni morenti di Mario si riempirono d’acqua, negandogli definitivamente il dono della vita.