Copertina: Yash Godebski, “Night” (2014)

Era da tempo che non si ubriacava. Così tanto, che all’inizio la sensazione dell’ebbrezza lo colse di sorpresa. Solitamente, Alberto era l’autista dei suoi amici, l’unico a disporre di una macchina sua per ogni sabato sera. All’inizio la sua compagnia si era dimostrata molto riconoscente (ogni ritorno a casa volavano frasi come “ti ripaghiamo la benzina”, “la prossima volta chiedo ai miei di poter usare la macchina”) ma nelle ultime settimane il suo ruolo di sobrio si era affermato sempre di più, minacciando di diventare un’abitudine perenne.

All’inizio Alberto non ci aveva fatto caso: d’accordo, non toccava una goccia di alcol, ma riusciva a divertirsi comunque in compagnia dei suoi amici, specialmente con Fabio, il suo amico di vecchia data. Quest’ultimo, volendo concedere all’amico una notte di divertimento senza preoccupazioni, s’era offerto come volontario per guidare la macchina quella sera. Agli altri tre ragazzi del gruppo la proposta andava bene: in fin dei conti, a loro interessava solo avere qualcuno che si prendesse una responsabilità che loro non volevano prendere. Fabio era abbastanza sicuro che Alberto avrebbe apprezzato la sua offerta: quando passò a prenderlo a casa, però, il volto dell’amico era incredibilmente enigmatico. Salutò tutti gli altri in macchina con un “ciao”, con un tono di voce ai limiti del seccato; il suo viso era incupito, e per tutto il viaggio in direzione della discoteca si limitò a guardare fuori dal finestrino. Una volta entrati, Alberto si disperse tra la folla, sgusciando abilmente fino ad arrivare al bancone, dove un barista con la faccia pieno di brufoli e più giovane di lui gli servì un drink riempito eccessivamente di ghiaccio: si era subito lamentato perché, a suo modo di vedere, quel cocktail non valeva cinque euro. Ma una calca sempre più insistente lo spingeva, così dovette terminare in breve tempo il suo diverbio con il barista.

<<Fammene altri tre>> ordinò senza entusiasmo. Mentre il barista riapriva la bottiglia di vodka e disponeva i bicchieri in fila, Alberto si scolò in ampie sorsate il primo bicchiere.

<<In totale sono 20 euro>> disse il ragazzino foruncoloso senza battere ciglio. Alberto pagò con una smorfia, poi prese i tre bicchieri e, cercando di non farli cadere, iniziò a svincolarsi nuovamente attraverso quella che era diventata una marea di gente, fino a raggiungere gli altri.

<<Non vorrai mica scolarteli tutti>> disse Fabio, ma lo sguardo provocatorio di Alberto non lasciò spazio a fraintendimenti.

<<Ovvio, e sicuramente prima della fine della serata berrò qualcos’altro.>>

<<Wow, Alberto, stai recuperando gli arretrati?>> chiese scherzosamente Fabrizio, facendo ridere gli altri. Ma anche in quest’occasione, Alberto non partecipò al divertimento collettivo. Fabio era sul punto di chiedergli che cos’avesse, quando venne preso per la manica della camicia da Lorenzo, che giurava di aver visto una chissà quale forma femminile che gli aveva lanciato un’occhiata; a suo modo di vedere, questa mistica apparizione si trovava al centro della pista. Fabio venne così trascinato dagli amici mentre Alberto, riuscendo ad evitare le loro prese, si eclissava contro un muro ai margini della discoteca, lontano dalla vista dell’amico, già compromessa dalle luci stroboscopiche che gli brillavano in faccia.

Nonostante le bevande eccedessero di ghiaccio, il barista aveva comunque reso forti i cocktail di Alberto: considerando che il ragazzo si ritrovava lo stomaco praticamente vuoto, dopo poco tempo un notevole senso di vertigine e di leggerezza lo colse. Si guardò intorno: le luci della discoteca, in quel momento di un colore blu acceso, si mescolavano alle facce dei presenti e ai movimenti dei loro corpi, facendo crollare Alberto in un tremendo stato di confusione. Provò a muovere qualche passo, incerto del risultato che avrebbe ottenuto.

Era ubriaco. Era passato molto tempo dall’ultima volta: se la ricordava bene perché, nell’ultima occasione, aveva avuto un grosso accesso di euforia, seguito da un pesante contemplamento della volta celeste per svariate ore, in cima alla collina, in compagnia di Fabio e di due ragazze molto carine delle quali Alberto avrebbe dimenticato il nome la mattina successiva. Ricordava però il freddo di quella notte, e la grande fatica che avevano fatto lui e il suo amico per scendere dalla collina una volta giunta l’alba.

Tuttavia, in questa occasione Alberto non si sentiva per niente euforico. Era uscito di casa con un gran mal di testa: da oltre una settimana era in balia di un pensiero che era ormai diventato un chiodo fisso, e non riusciva a sbarazzarsene. Purtroppo per lui, bere quella mistura di vodka e ghiaccio aveva accentuato la sua già pressante emicrania, che ormai aveva raggiunto un livello insopportabile. Voleva chiedere aiuto, ma non voleva assolutamente rivolgersi alla sua compagnia, che per qualche strano motivo da un po’ di tempo gli appariva come un’accozzaglia di inaffidabili ragazzini. Non si fidava più di loro, eccezion fatta per Fabio; ma negli ultimi giorni, l’orribile fissazione che lo divorava aveva cominciato a farlo dubitare perfino del suo più vecchio e caro amico.

Alberto mosse ancora qualche passo traballante: reggeva in mano l’ultimo cocktail dei quattro che si era bevuto, con solo una lieve quantità di liquido sopravvissuto che si stava inesorabilmente allungando con il ghiaccio sciolto, quand’ecco che davanti ai suoi occhi, avvolta da un microscopico vestito blu dello stesso colore delle luci della discoteca, apparve una ragazza.

Il volto era, inevitabilmente, sfocato. Alberto riuscì a malapena ad ascoltare quello che la ragazza gli stava chiedendo: in pratica, voleva prendere il suo stesso cocktail. Alberto era praticamente incapace di rendersi conto di quello che stava dicendo, e ad un certo punto sentì semplicemente la sua voce recitare le seguenti parole:

<<Avrei bisogno di andare in bagno.>>

Inaspettatamente, la ragazza lo prese per mano e lo condusse verso una breve scalinata che portava ad un corridoio. Alla fine di quest’ultimo, protetti da una fiammeggiante porta rinforzata, si accedeva ai bagni della discoteca. A questo punto, Fabio sperimentò una cosa che non aveva mai provato durante un’ubriacatura: un black-out totale della cognizione, un lasso di tempo incalcolabile che non avrebbe generato nessun lascito nella sua memoria anche negli anni successivi.

Quando iniziò nuovamente a capire quello che gli stava accadendo attorno, si ritrovò all’interno di uno dei bagni, in compagnia della ragazza dal vestito microscopico.

Con la lingua infilata nella sua bocca.

Probabilmente la ragazza percepì il lieve ma visibile cambiamento del suo respiro, e si staccò un attimo da lui.

<<Va tutto bene?>> gli chiese, senza però ottenere una risposta. Alberto fissava lo spazio oltre la ragazza, i suoi occhi si perdevano nell’orribile colore delle mattonelle del bagno. Nelle narici arrivava un odore non meglio specificato che gli fece venire il voltastomaco.

<<Cazzo, sei proprio ubriaco>> disse la ragazza mentre frugava nella borsa.

<<Ma va’?>> rispose Alberto cercando di essere sarcasticamente simpatico. Fu solo sarcastico.

<<Almeno con questa dovrebbe andare meglio>> esordì la ragazza, mettendosi una pasticca di colore bianco sulla punta della lingua, e prima che Alberto potesse dire o fare qualcosa, si ritrovò avvinghiato e con la lingua della ragazza in fondo alla gola. La pasticca calò giù per il suo esofago senza alcun problema. L’effetto fu praticamente immediato. Alberto smise quasi subito di barcollare, restando immobile a fissare il vuoto con uno sguardo serissimo.

<<Bene>> disse la ragazza, armeggiando con la gonna e le mutandine <<e adesso vedi di fare sul serio.>>

Evidentemente, la ragazza aveva drogato Alberto per trarne un beneficio personale. Ma non andò secondo i suoi piani: con una lucidità fuori dal comune, il ragazzo si liberò dalla sua presa, aprì la porta del bagno e uscì con gran velocità, senza proferire parola. La rabbia della ragazza fu così grande che alla fine decise di lasciar perdere Alberto e di tornare in pista a cercare una nuova preda, non senza aver prima passato un quarto d’ora buono a prendere a calci la porta del cesso per sfogare la propria furia per aver “sprecato” una pasticca di alto valore.

La prima impressione che ebbe Alberto una volta raggiunta la sommità delle scale fu che il tempo si fosse rallentato: tutto intorno a lui appariva decisamente lento, dalle persone che camminavano di fianco a lui fino a quelle che ballavano al centro della pista. Persino le luci blu elettrico dei riflettori parevano lentissime nella loro intermittenza. Il suo sguardo cercò i suoi amici, riuscendo a trovarli con un po’ di fatica. Ed ecco che, una volta individuatili, i suoi piedi si mossero con grande disinvoltura, scendendo gli scalini e buttandosi in mezzo alla moltitudine di gente che affollava la pista. Le casse stavano sparando un baccano infernale, ma Alberto sembrava non accorgersene. Urtò malamente una ragazza in tiro, che di rimando gli affondò un tacco a spillo nel polpaccio, urlandogli qualche incomprensibile bestemmia. Ma avanzò tranquillamente, con l’unica differenza che ora zoppicava leggermente dalla gamba destra.

Attraversata la pista, Alberto ritrovò i suoi amici seduti su una poltrona vistosamente scassata. Fabio stava bevendo un drink, con ogni probabilità analcolico. Fabrizio stava al suo fianco, limonando spudoratamente con una ragazza dai capelli rosa (e indossava un cortissimo vestito rosa, che lasciava intravedere senza troppi complimenti le sue mutandine rosa – praticamente, Fabrizio si stava limonando la versione umana di una Big Babol); Lorenzo, invece, stava provando ad avvicinare la faccia sempre più vicino a quello di un’altra ragazza, che puntualmente lo allontanava sempre di più. Infine, Carmine stava parlando al telefono, premendosi fortemente l’indice contro l’orecchio libero in un’inutile battaglia per contrastare il rumore assordante circostante. Gli occhi di Alberto fissarono Fabio per svariati secondi, quindi quest’ultimo si alzò.

<<Che fine avevi fatto?>> si sentì chiedere Alberto; quando non rispose, Fabio gli strinse forte una spalla e, senza troppi complimenti, lo trascinò verso l’uscita della discoteca.

Vicino al complesso industriale che costituiva lo scenario intorno a loro, scorreva tranquillo un fiume dal letto insolitamente largo. Vicino al suo corso era stato costruito un lungofiume, poco utilizzato. Fabio stava ancora ancora stringendo la spalla di Alberto quando i due ragazzi si sedettero su una vecchia panchina posta sotto un ponte di attraversamento. La musica della discoteca, in quel momento, era solo un rumore lontano che rompeva un altrimenti perfetto silenzio.

<<Guarda che puoi anche lasciarmi la spalla, Fabio.>>

<<Sicuro? Posso fidarmi? Non sembri tanto a posto: sei bianco come un fantasma.>>

<<Ti ho detto che sto bene.>>

<<Stai sudando…>>

<<Ho caldo.>>

<<Ma davvero? E sentiamo, quante dita sono queste?>>

<<Non starai mica dicendo sul serio…>>

<<Visto? Sei ubriaco. O fatto. O entrambi.>>

<<Senti un po’, chierichetto, tu la settimana scorsa eri messo peggio di me. Non mi pare di averti fatto la predica.>>

Fabio respirò a fondo, poi disse: <<hai ragione. Dico solo che questo non è da te.>>

<<Cosa intendi con questo?>>

<<Essere incazzato con il mondo, sparire con una ragazza nei bagni per fare porcherie – non provare a negarlo, ti abbiamo visto con una sventola sulle scale! – bere come una spugna senza un motivo. Intendo questo.>>

Alberto restò in silenzio per qualche secondo; poi, guardando il fiume, avendo le difese abbassate per l’alcool e la droga, decise di confessare la ragione del suo malessere.

<<I miei genitori si stanno separando. Temo che la colpa sia mia.>>

Con una tempistica quasi cinematografica, una folata di vento gelido investì i due ragazzi.

<<Wow>> mormorò Fabio, espirando; <<wow.>>