Parcheggio la macchina in uno dei tanti posti disponibili. Non ho fatto molta fatica ad arrivare fino a questo parcheggio, situato quasi all’inizio della spiaggia, e non ho nemmeno impiegato troppo tempo per arrivare fino a qui. Dopotutto, questa zona era famosa verso la metà degli anni Novanta, dubito che al giorno d’oggi molta gente accorra qui. E anche se fosse, l’alta stagione è appena cominciata.
Mia moglie scende dall’auto per prima; io la seguo, ed aiuto nostra figlia a togliersi la cintura: fatto ciò, ci avviamo tutti insieme verso il mare, silenziosi.
Sopra di noi si staglia un cielo nuvoloso e colmo d’aria fredda. Prendo Rachele in spalla, perché da un paio di giorni mi ha confessato che le piace davvero tanto sentirsi alta, così io cerco di accontentarla ogni volta che posso. Mia moglie ci guarda e sorride dietro i suoi enormi occhiali da sole. Decido di portarle al vecchio posto, quello che frequentavo venti anni fa. Più che per loro, lo devo confessare, lo sto facendo per me: l’odore dei vecchi ricordi comincia a pervadermi, arrivato al bagnasciuga freddissimo svolto a sinistra e comincio a camminare a falcata larga, come mosso da una strana calamita. Il rumore delle onde mi riporta indietro nel tempo. E alla fine arrivo allo Scoglio. Si tratta di una roccia che, col passare di centinaia di migliaia di anni, è stata corrosa solo nella sua parte centrale, lasciando così intatti i bordi. L’arco che traccia, dalla spiaggia fino a cinque metri più avanti, nell’acqua, è qualcosa di magnifico, una sorta di pontile spigoloso. Ricordo che molti ragazzi temerari erano soliti attraversarlo, rischiando di cadere a faccia in giù sulla bassa superficie dell’acqua.
Poggio delicatamente mia figlia a terra, lascio che i suoi piedini tocchino l’acqua gelida. Lascio che si lamenti perché fa troppo freddo anche se ormai siamo alle porte dell’estate, fino a quando la sua attenzione non viene catturata da un cane. Vecchissimo. Avrà almeno vent’anni. Rachele ed i suoi capelli dorati corrono verso di lui, io rimango un po’ titubante, forse potrebbe morderla… però, io quel pelo a chiazze nere e bianche l’ho già visto.
Non può essere. Che sia veramente Rufus, il piccolo cucciolo che Mike aveva salvato? Provo a chiamarlo, col classico fischio che il mio vecchio amico usava, e come se non fosse passato nemmeno un secondo di tempo, il cane corre abbaiando allegramente verso di me. In quel momento una lacrima di nostalgia mi scorre dall’occhio sinistro, ma fortunatamente Rufus me la lecca via prima che qualcuno possa accorgersene.

Rachele e Rufus stanno giocando distanti da noi. Io e mia moglie siamo seduti, un piccolo asciugamano a ripararci i vestiti dal contatto diretto con la sabbia. Io guardo il mare grigiastro di fronte a noi, guardo lo Scoglio, sul quale io e Mike guardavamo le stelle di notte. Poi mia moglie mi dice che non le ho mai raccontato di quell’estate passata qui. Così prendo fiato e, senza quasi rendermene conto, mi ritrovo catapultato indietro di vent’anni.
*
Per il mio ventesimo compleanno, mia madre decise di regalarmi una piccola vacanza in questo posto: lei aveva pagato l’appartamento per tre giorni, ma il mio soggiorno ne durò trenta. Avevo fatto amicizia con il direttore del residence in cui alloggiavo, quello laggiù, la vedi la pineta? Ecco, io stavo là, in uno di quegli appartamenti. Insomma, il proprietario mi disse “siamo in alta stagione, abbiamo bisogno di giovani prestanti e che conoscano bene l’Inglese, e tu possiedi entrambe queste qualità, ti va di fare un mese di lavoro qui da noi?” Chiamai a casa quello stesso pomeriggio ed in serata firmai il contratto. La prima settimana lavorai come factotum, e fu davvero faticoso adattarsi agli orari dell’azienda. Poi decisero di darmi un ruolo nell’animazione. E io subito mi spaventai, perché ero un ragazzo molto timido e difficilmente avrei combinato qualcosa di buono con una mandria di bambini scalmanati. Non ridere, cara, ti giuro che a me l’idea faceva molta paura. Ma la paga era buona, così accettai. La fortuna mi venne incontro: mi affidarono i gruppi più grandi, perciò ebbi a che fare con ragazzi e ragazze dai 15 ai 18 anni. Lì incontrai Mike per la prima volta: era americano, te l’ho già menzionato un paio di volte, e guarda caso si presentò ai gruppi mentre stavamo organizzando un torneo di basket al residence. Era molto simpatico, un diciottenne pieno di vita… però qualcosa in lui non mi quadrava, almeno non all’inizio. Quando gli chiesi se fosse in vacanza con la famiglia, rispose di no. Allora provai a chiedere se si trattasse di un soggiorno studentesco, ma lui negò ancora. Per farla breve, non riuscivo proprio a spiegarmi cosa ci facesse un americano in un posto sperduto come questo. Come ultima domanda, gli chiesi cosa facesse tutto il giorno, dato che non studiava e non lavorava. Lui mi rispose “I swim, but not like an athlete.”
Passò una settimana di durò lavoro, e poi accadde una cosa. La domenica era la mia giornata libera, così la sera decisi di passarla allo Scoglio, in compagnia di una ragazza. Stavamo guardando le stelle, io avevo bevuto qualche birra di troppo e vedevo tutto quanto girare. Ero così spensierato… poi vidi una figura umana sullo Scoglio. Pensai di avere un’allucinazione, invece era tutto reale: Mike, al chiaro di luna, si trovava in cima allo Scoglio, sospeso tra il cielo e il mare, il giovane fisico scolpito come quello di una statua. La ragazza che era con me ne rimase folgorata: “è per questo che ti ho portato qui”, mi spiegò, “quasi ogni notte vengo qui e lo trovo. Si arrampica sullo Scoglio senza paura di farsi male, poi si butta in alto mare e rimane al largo della costa anche per ore. Ma alla fine ritorna sempre. Una volta l’ho fermato e gli ho chiesto perché facesse tutto questo. Lui piangeva, ma alla fine mi raccontò la sua storia”; e a prova di quello che aveva sentito, la ragazza aveva pure composto una poesia sul racconto di Mike. Me la ricordo a memoria, come se fosse ieri:
‘Giorno e notte non si stanca,
l’eroe che nel cuore
una gran ferita porta,
e nelle profondità degli abissi
qualcosa cerca.
Che cosa sta cercando?
Cosa vuol trovare?
La Luna, sola,
il suo grido raccoglie.
Le sue lacrime di rugiada
si mescolano col nero del mare.
Perché è laggiù, sul fondo,
che qualcosa risplende:
forse è la porta di un passato felice
che il suo cuor non dimentica
e continua a cercare.’
Quello che cercava Mike era una collana di perle blu, un regalo che aveva fatto alla sua ragazza l’estate precedente. Me lo raccontò lui stesso, spontaneamente, un giorno in spiaggia. Julie era una ragazza francese che veniva qui un mese all’anno per trovare la nonna, che abitava in Italia, e Mike la conobbe proprio allo scoglio, mentre la ragazza ne traeva un suggestivo ritratto. I due ragazzi s’innamorarono perdutamente uno dell’altra, e quando Mike dovette ritornare in America, i due fidanzatini si scambiarono una promessa: rimanere in contatto costantemente, per poi ritrovarsi l’anno successivo allo stesso posto. Come pegno del suo amore, Mike regalo a Julie la famigerata collana di perle blu il giorno prima di partire.
I due si tennero in contatto regolarmente, spendendosi lettere attraverso l’Oceano Atlantico. Poi arrivò l’estate e Julie arrivò qui una settimana prima di Mike. Facendo il bagno in questo mare, però, perse la preziosa collana di perle che le era stata donata. Scrisse una lettera a Mike per avvisarlo, sperando che arrivasse in tempo e che lui non se la prendesse. La lettera ce la fece ad arrivare. Mike non era arrabbiato, anzi, era determinato a ritrovarla. Quando arrivò qui in Italia, però, ad attenderlo trovò solamente la nonna di Julie. La ragazza era morta. Non chiedermi come, Mike non ha mai voluto dirmelo.
Il dolore per la perdita del suo amore lo distrusse, ma nonostante ciò, Mike divenne ancora più determinato a ritrovare la collana di perle blu. Perciò decise di restare qui in Italia, dal momento che in America non aveva famiglia (così mi disse, davvero).
“La cerco a tutte le ore, mi fermo solo per mangiare o quando sono sfinito, anche di notte” mi disse. Quando gli chiesi come facesse ad orientarsi al buio nelle profondità del mare, egli mi disse “mica la cerco con gli occhi”.
La determinazione con cui mi disse quelle parole dissolse il mio scetticismo. Dopotutto, chi ero io per dirgli che si sbagliava? Solo, mi sembrava alquanto improbabile che dopo un anno di ricerche a vuoto la situazione sarebbe migliorata…
I miei giorni passarono così, alternati al duro lavoro al residence e ai discorsi notturni con Mike, fino al giorno prima della mia partenza. Sul tardo pomeriggio, Mike venne a cercarmi al residence, reggendo tra le mani un cucciolo di cane. L’aveva trovato sul ciglio d’una strada, che piangeva vicino al cadavere della madre, probabilmente investita da un auto. “Probabilmente sarebbe morto se non fossi arrivato io” disse Mike, “soffriva così tanto, ma adesso è felice, vedi?”, ed io in effetti constatai che il piccolo scodinzolava allegramente tra le grandi braccia di Mike. “Questo è un segno, amico mio” mi disse nel suo forte accento “vuol dire qualcosa, anche se non so ancora cosa.” Quel cucciolo era Rufus, il cane che ora vedi giocare con nostra figlia.
Quella notte decisi di andare a dirgli addio allo Scoglio. Lo trovai sul punto di tuffarsi. “Aspettami, vado a prendere la collana e torno”, mi disse sorridendo. Io mi sedetti ed aspettai, aspettai, sempre di più… ma lui non tornò. O almeno, non da vivo. Cominciai a preoccuparmi, così chiamai i soccorsi e chiesi aiuto. Lo cercarono tutta la notte, ma non lo trovarono. Alla fine, all’albeggiare, il mare ce lo restituì.
Mi avvicinai piangendo al suo corpo senza vita, ma qualcosa mi bloccò. Sul suo volto era stampato un sorriso, e notai che la sua mano destra era chiusa con forza. Quando gliela aprirono, che tu ci creda o meno, vi ritrovarono la collana di Julie. Ora tutti e due riposano nel cimitero di questa città, con la collana di perle blu ad ornamentare le loro lapidi.
***
È passato un po’ di tempo da quando ho terminato il racconto. Il sole sta tramontando, ed il cielo si colora di un intenso arancione. Ho detto a mia moglie di avviarsi con Rachele alla macchina, io le raggiungerò tra poco. Questo ultimo ritaglio di tempo lo dedico a Rufus facendogli qualche carezza. Poi decido di alzarmi e di dirigermi verso la macchina, ma mentre concedo un ultimo sguardo allo Scoglio le parole di Mike mi tornano in mente:
“Soffriva così tanto, ma adesso è felice, vedi?”
E le mie lacrime cominciano a scorrermi lungo le guance. Ma non sono lacrime di tristezza.

Grazie, amico mio. Finalmente ho capito.

 

Nell’immagine: una veduta della Blue Grotto, a Malta.