Dalla radio della macchina esce una melodia di quasi cinquant’anni fa. Si tratta di Penny Lane dei Beatles. L’allegria della canzone è violentemente atipica alla circostanza che si è creata: è notte fonda, è inverno e fa un freddo cane, e tutto è triste e cupo e vischioso, e poi c’è questa storia del cadavere nel bagagliaio che non mi piace nemmeno un po’, pensa l’uomo vestito di nero e macchiato di sangue seduto di fianco al guidatore. Fuma una sigaretta che proviene da un pacchetto non suo: apparteneva infatti al cadavere, come la borsa piena di soldi che è stata accuratamente posta nel sedile posteriore.

L’uomo al volante non proferisce parola. Sembra tranquillo, disinvolto: il passeggero guarda le sue mani, non tremano. Gestisce molto bene il volante, mentre la macchina sale velocemente lungo i tornanti di una strada di montagna.

<<Tutto bene?>> domanda ad un tratto l’autista, notando lo sguardo del passeggero.

<<Sì, ho solo un po’ di freddo>> risponde Franco.

La mano destra del guidatore si sposta sapientemente verso la manopola dell’aria, spostandola al massimo verso le luci rosse che indicano “HEAT”.

<<Adesso dovrebbe andare meglio>> dice il pilota.

<<Grazie>> mormora Franco, ma non si sente meglio. Per qualche strana ragione il calore non riesce a raggiungerlo.

Ad un certo punto la strada tortuosa si espande, diventa più regolare: i due stanno attraversando un paesino di montagna. I fari illuminano delle decorazioni natalizie, stranamente spente. Franco si domanda che ore siano: il suo collega gli risponde che saranno ormai le cinque del mattino. Tutto intorno a loro è spento, afono, morto. Meglio così: meglio che non ci siano testimoni di quello che è successo, pensa Franco, il quale deve ancora metabolizzare quello che ha visto, ma soprattutto quello che ha fatto.

Esatto: è stato lui a sparare all’uomo, ora cadavere nel bagagliaio. È quindi lui il colpevole di quello che è successo, e in questo momento i suoi pensieri combattono violentemente nella sua testa. Non riesce a stare tranquillo, e nel frattempo i denti cominciano a tremare per il freddo.

I due si lasciano dietro il piccolo paesino montano e continuano a salire: l’ultimo edificio illuminato dai fari è una chiesa. Franco non è mai stato un uomo di fede, ma in quel momento ricorda tutte le volte che sua madre aveva provato senza successo a inculcargli i dettami del buon cristiano. La sua mente gli gioca un brutto scherzo, rievocando le esatte parole della defunta madre riguardo all’omicidio:

<<Non permetterti mai di fare del male al tuo prossimo, altrimenti andrai all’inferno e lì brucerai, per sempre!>>

Quando sua madre gli aveva detto quelle parole, Franco non se n’era poi tanto curato; ma ora che i fari dell’auto illuminano una sinistra e logora statua della chiesa, Franco si sente percuotere dai brividi.

Il pilota, forse intuendo il suo stato d’animo, cerca di spostare l’attenzione di Franco su qualcos’altro.

<<Ormai dovremmo essere arrivati. Tra poco sarà tutto finito, non preoccuparti. Potrai tornare a casa da tua moglie e dai tuoi figli, non sei contento?>>

<<Mia moglie mi ha lasciato due anni fa, e non ho figli>> mugola Franco, battendo forte i denti. Questa frase fa scendere un silenzio tetro tra i due.

<<In ogni caso, oltre quel tornante c’è la nostra destinazione>> ribatte il pilota, indicando un punto non precisato al di là della curva montana.

La macchina raggiunge silenziosamente il tornante: arrivata ad uno spiazzo che s’inoltra nel profondo di un bosco, gli pneumatici dell’auto fanno scrocchiare i sassolini del sentiero. I due complici e il cadavere si stanno addentrando in un bosco montano, che Franco non aveva nemmeno individuato. Sente montarsi dentro una quantità ingiustificata d’ansia. Ad un certo punto, dopo un lasso di tempo non meglio identificato, la macchina si arresta.

<<C’è troppo fango. Rischiamo di rimanere impantanati se andiamo più avanti. Ci conviene procedere a piedi>> comunica il pilota. Dal vano portaoggetti del cruscotto estrae una bottiglia di vetro e un sacco nero. Stappa la bottiglia, beve a lungo, un rivolo rosso di vino sborda dal labbro inferiore e discende lungo la mascella pronunciata. Franco ripensa all’uomo morto nel bagagliaio, e a quanto il vino che il pilota sta bevendo assomigli al sangue che è schizzato dalla bocca dell’uomo che ha ucciso; il complice lo guarda, si asciuga bruscamente la bocca con la manica del giubbotto, gli porge la bottiglia, gli chiede se ne vuole un goccio. Franco afferra la bottiglia per il collo con mani tremanti, ma non beve. Rimane a fissare il suo interlocutore, che a questo punto pare seccato. Apre il sacco nero, poi con uno scatto apre anche la porta alla sua sinistra.

<<Bevine un po’, così riesci a calmarti. Poi vieni a darmi una mano.>>

Franco annuisce. Il complice chiude la porta, i suoi passi riecheggiano con un rumore sordo nella fanghiglia del sentiero. Rimasto solo, Franco contempla la bottiglia, non sa cosa farne. Poi si gira, osserva la borsa con i soldi. Un flash lo riporta a poche ore prima: la scena dell’omicidio, il frangente in cui ha premuto il grilletto, il sangue che schizza dall’uomo che ha ammazzato, che con un ultimo e disperato gesto stava cercando di trattenere la borsa con i soldi che stavano cercando di sottrargli. In quel momento Franco non aveva ragionato: aveva sparato, senza tanti problemi, uccidendo un uomo che non conosceva poi nemmeno troppo bene. In quel momento, la rabbia aveva prevalso. Ma ora, a poche ore di distanza da quell’omicidio, Franco non riesce a capire cosa l’abbia portato a commettere quel gesto.

Osserva di nuovo la bottiglia nera. Anche se non vorrebbe, beve due lunghi sorsi di vino. Se ne pente quasi immediatamente: il gusto è orrendo, marcito, conservato male. Lo sorprendono dei conati di vomito. Sente la pressione abbassarsi, lo scuotono ulteriori brividi. Nel frattempo il complice ha aperto il bagagliaio e lo invita ad uscire, a dargli una mano. Franco ripone la bottiglia nel vano portaoggetti, ed esce. Lo investe un vento gelido: subito affonda il collo nel giubbotto, cerca di proteggersi dal freddo meglio che può. Giunge al bagagliaio, dove scorge il cadavere dell’uomo che ha ucciso. Fortunatamente il complice ha già cominciato a inserirlo nel sacco nero, perciò Franco lo vede solo dalla vita in giù.

<<Allora mi vuoi aiutare o no?>> grugnisce il complice, col fumo che gli esce dalla bocca.

Franco annuisce, si infila i guanti di pelle, inserisce il resto del cadavere nel sacco. I due lo chiudono successivamente con del nastro isolante, e lo trasportano fuori dalla macchina.

<<Guarda che macello>> dice il complice, osservando la coperta in cui era stato precedentemente avvolto il corpo; <<meno male che hai avuto l’idea di coprirlo con questa. È piena di sangue!>>

Franco distoglie lo sguardo, non vuole vederla.

Il complice allora estrae una pala arrugginita, chiude il bagagliaio, poi preme un tasto della chiave, chiude meccanicamente tutta la vettura.

<<Così i nostri soldi sono al sicuro. Andiamo, dobbiamo fare molta strada a piedi e abbiamo solo un paio di ore prima dell’alba per seppellire lui, la coperta e la pistola.>>

Franco annuisce, e aiuta il complice a sollevare il sacco nero: lui prende le gambe, l’altro le spalle.

Nel compiere quel gesto, Franco ricorda un episodio giovanile: era alla festa di compleanno del suo migliore amico, una ragazza aveva bevuto troppo, non riusciva nemmeno ad alzarsi dal letto sul quale l’avevano distesa, e stava per vomitare dappertutto o peggio, stava per morire soffocandosi nel suo stesso vomito. Franco e il suo migliore amico avevano dovuto prenderla di peso e portarla a vomitare al bagno, al piano di sotto. Si era sentito dire dalle sue amiche di essere un bravo ragazzo.

Uno sbuffo gelido d’aria invernale lo riporta bruscamente alla realtà. Sta battendo i denti senza quasi rendersene conto.

<<Tutto bene?>> chiede il complice, sbuffando mentre i due s’inerpicano per un tratto fangoso e in salita del sentiero. Franco annuisce, anche se in cuor suo è conscio di non star bene per niente.

Il complice fa un passo troppo lungo per la sua falcata, il piede scivola su un tratto infangato del sentiero. Cadendo, il complice si sporca tutto: Franco riesce a spostarsi appena in tempo, e assiste alla scivolata del complice, seguito dal cadavere nel sacco nero. Nell’aria riecheggia una bestemmia. Franco batte i denti, comincia a non sentirsi più le punte dei piedi.

<<Dammi una mano con questo>> ringhia il complice, e Franco accorre.

Mentre i due salgono sempre più in alto, il cielo comincia a schiarirsi. Manca meno di un’ora all’alba. Le albe invernali sono tristi, pensa Franco, mentre muove con attenzione i propri passi sul sentiero ora più stabile. Tutto è silenzioso intorno a loro: la natura dorme, l’unico rumore è quello generato dai loro passi.

<<Ad ogni modo, perché l’hai ucciso?>> chiede ad un certo punto il complice.

Franco non sa rispondere. Non riesce a trovarlo, un perché. Così inventa:

<<Mi ha fatto incazzare. Voglio dire, l’avevamo in pugno, no? Per quanto mi riguarda, mi bastava che ci desse i soldi. Mi servivano quelli, non avevo altri interessi, davvero… ma lui s’è intestardito, ha voluto fare l’eroe. Così mi sono incazzato. E…>>

<<E l’hai ucciso>> completa il complice.

Franco respira profondamente: <<sì.>>

Silenzio.

 *

<<Guarda che non ti sto mica giudicando, sia chiaro.>>

<<Mi sorprenderebbe il contrario, scusa. Da quanto ne so, tu fai questo lavoro da molto tempo, o sbaglio.>>

<<No, è vero.>>

<<E allora non sei nella posizione di giudicare nessuno. Cazzo, quanto pesa…>>

<<È solo strano, non trovi?>>

<<Manca ancora molto? Stanno cominciando a farmi male le braccia.>>

<<…>>

<<Che cosa è strano?>>

<<Tutta questa situazione. Fino a poche ore fa eravamo entrambi tranquilli nelle nostre case, e poi ti è venuto in mente di andare a rapinare questo… esattamente, chi era questo?>>

<<Un professore.>>

<<E che cosa insegnava?>>

<<Ma chi se ne frega, scusa? Ormai è morto, no? Che importanza può avere ormai?>>

<<…>>

<<…>>

<<Ad ogni modo, abbiamo preso una bella somma. Fifty-fifty, giusto?>>

<<Sì. Mi devi ancora dire quanto manca per arrivare a ‘sto posto. Ma da quanto stiamo camminando? In più fa un freddo cane…>>

<<Siamo arrivati.>>

<<Come dici?>>

<<Lassù. Lo seppelliamo là. Siamo arrivati.>>

Pochi metri più in alto il sentiero devia. Un campo ragionevolmente grande lascia intravedere il cielo sempre più chiaro. Il vento gelido sta facendo muovere le nuvole velocemente. Franco cammina male, i piedi danno sempre meno segnali della loro presenza.

<<Bene>> dice il complice, scaricando senza cura il sacco nero; <<io vado a seppellire la pistola e la coperta. Tu comincia a scavare con la pala un buco abbastanza grande da poterci mettere il sacco.>>

Franco si sente assalire dal panico: <<che cosa vuol dire, scusa? Vuoi forse fregarmi?>>

Teme infatti che il complice, che in questo momento ha in mano sia le chiavi della macchina che la pistola che Franco ha usato.

<<No, Franco, tranquillo. Non voglio fregarti, voglio solo sbarazzarmi di queste prove. Guarda quel sentiero laggiù. In fondo c’è una piccola collinetta. Nasconderò laggiù la coperta e la pistola, poi tornerò indietro.>>

<<Come posso fidarmi?>>

Il complice diventa ancora più serio: <<hai alternative?>>

Franco deglutisce, poi alza un dito tremante verso il complice.

<<Hai dieci minuti di tempo. Se non torni entro quel tempo, io corro alla macchina.>>

<<Come vuoi>> risponde il complice, sputando per terra.

Franco resta fermo a guardarlo mentre si dirige verso il sentiero. Inizia nella sua testa un conteggio dei secondi che passano.

Quanti secondi ci vogliono per fare dieci minuti? Seicento?

Prende la pala, inizia a scavare. La terra è più dura del normale, viene via a fatica. Franco spera che, grazie allo sforzo che sta compiendo, il suo fisico riesca a scaldarsi un poco.

Sessantaquattro, sessantacinque, sessantasei…

Ma il suo fisico non sembra riprendersi. I denti continuano a battere, le mani riescono a malapena a reggere la pala.

Centoventotto, centoventinove…

Nemmeno una goccia di sudore apparsa sulla fronte. Nel frattempo il buco si è fatto più grande, è riuscito ad arrivare all’altezza del ginocchio.

Duecentosettanta… o era duecentonovanta? Merda, ho perso il conto…

Non sente più i piedi. Franco quasi non riesce a reggersi mentre continua a scavare. Inizia a preoccuparsi seriamente.

Ma quanto ci mette a tornare?

Franco finisce di scavare. La fossa che ha creato, quasi inconsciamente, è alta fino alla sua testa. È sporco di fango, è stanco, ha il respiro affannato, ma sente ancora molto freddo. Troppo freddo.

Ma ce l’ho mai avuto, un complice…?

Riesce con un ultimo sforzo a riemergere dalla fossa. Il sacco nero è ancora là, fermo ad attenderlo. Franco si siede, e per un attimo si mette a contemplare il cielo invernale. È grigio, e freddo. Il gelido vento non ha cessato di soffiare.

In quel momento inizia a nevicare. Grossi, bianchi fiocchi di neve si cospargono dappertutto intorno a lui. Franco rimane lì, a guardare il cielo, e inizia a riflettere: pensa a quanto è breve la soglia in questa vita tra il bene e il male, tra l’amore e la solitudine, tra il sacro e il profano, tra la materia e lo spirito, fra l’essere un “bravo ragazzo” e il diventare un assassino, fra il giocare bene le proprie carte e il perdere tutto quello che hai, tra il pensare e l’agire; infine, riflette sulla leggerissima soglia che separa la vita stessa dalla morte.

D’improvviso, tutto quello che ha fatto fino a poche ore prima gli sembra incredibilmente distante dal tempo e dallo spazio. Non vede nient’altro che la neve, che continuando a depositarsi velocemente sta imbiancando tutto il campo. Rimane lì, seduto con lo sguardo rivolto al cielo, senza pensare a niente.

A un certo punto un rumore lo riporta bruscamente alla realtà: è un suono forte, sgradevole, allarmante… sembra la sirena di una volante della polizia.

Franco spalanca gli occhi, mentre i suoi tratti somatici gli dipingono un’espressione terrorizzata. Cerca di alzarsi, ma le gambe non rispondono al suo comando. Franco le tocca: sono ghiacciate. Esasperato, inizia a prenderle a pugni, nella speranza che ritornino funzionanti… ma invano.

<<Non è stata colpa mia!>> urla Franco.

Il suono si fa più acuto.

<<Non volevo che finisse così.>>

La sirena sembra sempre più vicina.

<<Io… non volevo fare del male a nessuno.>>

Il rumore gli arriva dentro le orecchie, facendogli quasi esplodere i timpani.

<<NON VOLEVO FARE DEL MALE A NESSUNO!>>

L’urlo di Franco si propaga, riecheggia per tutta la foresta. Il suono della sirena si arresta di colpo.

È esausto, non sente più le mani, le braccia restano rigide, rivolte verso il basso. Prova a dire qualcosa, ma dalla sua bocca non esce che fumo bianco che si mescola ai fiocchi di neve che continuano incessantemente a cadere. La sua vista è ottenebrata da tutto quel bianco. Sta progressivamente diventando cieco.

Un altro rumore squarcia il silenzio della foresta. Questa volta si tratta di uno sparo.

Un cacciatore che si alza la mattina presto, probabilmente… oppure…

Prova a muovere il busto in avanti, cerca di aiutarsi con gli ultimi arti che sono rimasti attivi, ma finisce solamente per affacciarsi sulla fossa che ha scavato. Il peso del cranio trascina il suo corpo sul fondo. Cade con un tonfo sordo.

Il respiro freddo si mescola con la terra smossa. Un fiocco di neve si deposita sui suoi capelli, rimanendo intatto. Ora è tutto buio.

Voglio…

Non riesce più a vedere il cielo.