Premetto di essere un fan sfegatato di Mark Knopfler e dei fantastici Dire Straits. Rimpiango ancora adesso di essere nato troppo tardi per vedere quella magica band dal vivo…
Magico era, e comunque rimane, il patrimonio musicale ed emozionale che i fratelli Knopfler, John Illsley, Alan Clark ed altri membri temporanei ci hanno lasciato. Romeo and Juliet, Sultans of Swing, Money for Nothing e Walk of Life sono le più famose, ma la mia preferita rimane la prima traccia del loro quarto album: Telegraph Road, appartenente all’album Love Over Gold, del 1982.
Poesia. (Consiglio vivamente di accompagnare la lettura ascoltando la canzone!)

Tutto tace. Da lontano, al di là delle montagne, si sente un tuono. Poi qualcuno comincia a fischiettare: un fischio lento e profondo, che annuncia che degli eventi stanno per accadere.
Parte la chitarra, accompagnata dal piano. Dalla notte musicale sorge l’alba, che riesce a farsi spazio tra le nubi tempestose. Ehi, batterista, dacci il tempo.
Piccola intro, poi arriva la voce di Mark:
“A long time ago
Came a man on a track,
Walking thirthy miles with a sack on his back…”
È il principio, capite? Nella prima strofa, parte il racconto di quest’uomo, libero, che si da’ da fare per crearsi uno spazio nel mondo. Costruisce la propria casa, attira viaggiatori.
“Then came the churches
Then came the schools
Then came the lawyers
Then came the rules…”
Progresso, non sempre sinonimo di “star meglio”. Per il nostro «man on a track» comincia il confronto con il nuovo mondo. Down the telegraph road.

Comincia ad esserci più popolazione. Cominciano ad arrivare i tempi duri. Comincia anche una guerra, ma nel frattempo… la Telegraph Road si espande. Like a rolling river.
Vai, Alan, spacca tutto col tuo pianoforte! Un assolo che ci trasporta esattamente alla vita di molti anni fa, chissà, forse quella che facevano i nostri bisnonni… Sta tutto cambiando, non ci puoi fare niente… l’assolo è così bello che vorresti durasse per sempre… ma non si può. La musica, come il tempo, scorre inesorabile. Il sole si è fatto spazio tra le nuvole, è arrivato al punto più alto del suo ciclo…

Arriva il bridge. Le nubi ritornano, si oscura il paesaggio. Piove. Sui campi, sulle case, sugli uomini. Senti la depressione che inizia a pervaderti. Ma non ci puoi fare niente, come prima: si tira avanti, come la canzone che stai ascoltando. Come la vita che stai vivendo.

Si parla ora di una piaga tutt’ora esistente (purtroppo): il lavoro è finito, non ce n’è più, e in più i padroni ti dicono che devi pagare il dovuto a loro. Si è tristi. Allora il tuo sguardo si perde, osservi gli uccelli appollaiati sui cavi del telegrafo… “They can always fly away from this rain and this cold…”. E la telegraph road, manco a dirlo, sta ancora là.

Ultima strofa. Solo il piano ad accompagnare la voce.
“I’d sooner forget, but I remember those times…”
Dimenticherò presto, ma mi ricordo quelle volte… una frase che riguarda il passato. Si stava bene, no? O almeno meglio di adesso, ora che tutto è incerto. Perfino i rapporti sentimentali.
“You had your head on my shoulder
and your hand in my hair
now you act a little colder
like you don’t seem to care…”
Se persino l’amore della tua vita ti volta le spalle, come puoi reagire?
Certo che puoi. «Ti porterò via da queste tenebre, andremo nella luce del giorno (amore), ti porterò via dalla rabbia che vive in queste strade senza nome… ho visto la disperazione esplodere nelle fiamme, e non voglio più vederla…»
Ti porterò via, da questa Telegraph Road.

Quasi cinque minuti di odissea, tra vari assoli, rendono l’idea del viaggio che questi amanti compiono. Ma alla fine che cosa incarna, questa mitologica Telegraph Road, se non tutte le difficoltà che ognuno di noi passa nel corso di questa vita? Si viene ripetutamente buttati giù, ma si spera sempre che un giorno prenderemo la strada che porta lontano, che porta via da questo posto di tristezza e disperazione.