LA LEGGENDA DEL CICLISTA CHE SCALÒ TORRESELLE

Si ergeva un’altra alba sulla frazione di Torreselle, un piccolo paesino in provincia di Vicenza. Oddio, chiamarlo piccolo paesino sarebbe fin troppo espansivo: nei primi anni 50, cioè quando la nostra storia ha inizio, Torreselle contava una sessantina di abitanti. Si conoscevano tutti, andavano a messa tutti, e tutti i vecchi andavano a bere all’unica osteria del paese situata (strategicamente) sull’unica piazza dell’altura. Già, anche la posizione di Torreselle era (e rimane) ostica: distante tre chilometri e mezzo dal centro di Isola Vicentina (comune al quale appartiene) e più alta di circa trecento metri dello stesso, Torreselle era alquanto difficile da raggiungere. Le strade che scendevano a valle erano, rigorosamente, bianche.

Una giovane ragazza di quindici anni, di nome Albina, si era svegliata anche quel giorno di buon ora per scendere ed andare a lavorare ad Isola; come consuetudine, uscendo di casa aveva dato un bacio alla mamma ed aveva preso la sgangherata bicicletta sottobraccio. Un respiro profondo, un’altra occhiata all’enorme discesa di fronte, e via, giù per la strada bianca,pregando che freni e catene resistessero.
La discesa era ripida e scoscesa, e alla povera ragazza tremavano ogni volta i denti; vi erano delle volte che il sellino cominciava a mollare strani colpi, e in quelle volte Albina saltava in piedi e procedeva per tutto il resto del tragitto senza più appoggiare il sedere alla sgangherata sella; potevano saltare le molle da un momento all’altro.
Quel giorno, però, ad Albina era andata bene: la discesa non le aveva creato problemi, e anche la sella si era comportata egregiamente. Mancavano solo due tornanti e sarebbe entrata nel territorio di Isola… poi però qualcosa attirò l’attenzione della giovane ragazza.
Era un ragazzo più grande di lei, più o meno sui vent’anni.
Era in bicicletta. E stava pedalando. In salita. Verso Torreselle.
Albina si sfregò gli occhi, incredula. Non aveva mai visto nessuno percorrere quel tratto di strada in salita su due ruote. Si pensava che fosse umanamente impossibile: aveva sentito i vecchi del paese mormorare più di una volta che a dei ciclisti temerari era scoppiato il cuore mentre cercavano di compiere l’epica “Scalata di Torreselle”, che consisteva nell’arrivare, partendo da valle, alla Chiesa situata nella piazza. Claudio, il titolare dell’osteria, si era sbizzarrito ancor di più: aveva giurato che, il giorno nel quale un ciclista fosse arrivato in piazza salendo la strada invece che scenderla, avrebbe pagato a questo “eroe” tutti i giri di vino che egli avesse desiderato. Si cominciavano a sfiorare i limiti della leggenda.

Ma la nostra Albina era una ragazza terra-terra, e l’unica cosa alla quale poteva essere interessata era che quel ragazzo incrociato non si ammazzasse: dopotutto, era ancora così giovane…
«Sei forse impazzito?» chiese dunque Albina al ciclista, il quale nel frattempo aveva percorso due metri in avanti e sudava, sbuffava ed imprecava peggio di un mulo.
«Così ti ammazzerai» protestò vivacemente la ragazza, la quale cominciava anche ad indispettirsi dal momento che il ragazzo sembrava indifferente alle sue avvisaglie.
«Dimmi almeno come ti chiami…» fu l’ultimo tentativo di Albina per distrarlo. L’agonia che pervadeva il ragazzo, così concentrato e sofferente, le dava l’ansia.
«Sono… Gaspare… Valenti!» singhiozzò il ragazzo, sconfitto, che nel frattempo aveva appoggiato i piedi a terra. Grondava sudore dalla fronte, il respiro era affannoso.
La salita aveva vinto, quel giorno. Ma Gaspare, vedendo Albina scendere, le aveva urlato un’ultima frase: «Apri bene le orecchie: io sono l’uomo che scalerà Torreselle in bici!»

La voce si era sparsa per il paese. Quando si voleva sapere qualcosa, soprattutto notizie fresche di giornata, ci si recava dai vecchi, inchiodati alle loro sedie al di fuori dell’osteria, in piazza.
Da un paio di mesi il piatto principale era questo giovanotto, tale Gaspare Valenti, intenzionato più che mai a scalare la salita del paese.
«Ieri l’ho visto che arrivava alla chiesetta dopo i tornanti!» esclamava Ampelio, il più vecchio dei vecchi.
«Mio cugino scendendo a valle lo ha visto passare ancora più in alto di dove dici te, Ampelio! Poi però si è fermato, e con un pennarello ha segnato il punto dove è arrivato. È tornato a valle, esausto…» dichiarò un altro vecchio.
«Se realmente il Signore gli permetterà di raggiungere la nostra Chiesa, suonerò per lui le campane a festa!» annunciò tutto convinto il prete.
«Albina! Cosa ci fai ancora qui? Vai a valle a lavorare!» ringhiò Giovanni, il padre della ragazza, che non vedeva certo di buon occhio i pettegoli del paese.
Anche quel giorno, scendendo in picchiata per i tornanti di Torreselle, la nostra giovane ciclista incrociò Gaspare: questa volta, lo incontrò molto più in alto.
Sorpresa, la giovane cercò di fermarsi, poi però il buon senso le disse che, se ci avesse provato, i freni le sarebbero sicuramente saltati e lei sarebbe arrivata a valle tagliando tutta la strada, con gli ossi rotti però.
I due riuscirono a scambiarsi appena due frasi.
«Quanto manca alla chiesa? Non sono mai arrivato così in cima!» chiese Gaspare.
«Ti manca ancora un chilometro buono!» gli urlò Albina di rimando.
Tempo dieci minuti, e Gaspare sorpassò Albina in tutta velocità.
«Allora riprovo domani, per oggi sono sfinito!»

Un giorno di pioggia, mentre stava per arrivare verso la cima e quindi verso la chiesa, la bici di Gaspare giocò un brutto scherzo al ciclista. Egli era infatti arrivato a quello che i vecchi chiamavano “l’Angusto Trio”, ovvero i tre tornanti più ripidi e difficili da scalare che un ciclista dell’epoca avrebbe potuto trovare nella zona.
Gaspare superò il primo tornante senza alcun problema. Niente di strano, lo diceva anche la poesia che i vecchi avevano dedicato al Trio:
“Di pioggia, sudore e sangue
è forgiato l’Angusto Trio di Torreselle,
da sempre nemico delle due ruote.
Tre sono i nomi delle volte infernali
che l’atleta dovrà passare:
la curva del Graspolo, piana e liscia,
trae in inganno quasi tutti.
Ben vita più difficile si avrà col tornante di Lidio,
scosceso e stretto e freddo
come le notti d’inverno senza luna.
Solo i più temerari giungono alla Giorgina,
una curva che solo in un modo può essere superata.
Nessuno la superò.”
Arrivato al Tornante di Lidio, le cose cominciarono a mettersi male per il nostro: la catena mollava strani colpi, la ruggine che l’avvolgeva sembrava cedere da un momento all’altro. Arrivato a metà del tornante, nella parte più esposta allo strapiombo, accadde il fattaccio: la catena si spezzò di netto in tre parti, sbilanciando Gaspare e facendolo cadere nel vuoto. Per fortuna, il tronco di un albero fermò la sua caduta libera e gli salvò la vita. Se la cavò con appena una caviglia slogata, roba da due settimane di stop. Ma anche questa volta la salita aveva vinto.

Passata l’estate, si avvicinava l’autunno. Gli alberi di Torreselle cominciavano già a presentare le prime foglie gialle.
Non si faceva il nome di Gaspare Valenti da almeno due mesi, il tempo trascorso dalla brutta caduta del giovane. Non vedendolo più tentare la scalata, i vecchi pettegoli avevano considerato l’idea che il giovane avesse imparato la lezione e avesse lasciato perdere. Era quello che credevano tutti, ormai. Albina compresa.

Il campanaro si era svegliato di buon ora e l’alba, sorta verso le cinque e mezza, lo aveva salutato dall’altra parte della vallata come ogni mattina. Ancora assonnato e sbadigliante, Gino (questo era il suo nome) si era diretto verso il campanile per suonare la campana delle sei. La piazza, come ogni giorno a quell’ora, era chiara e deserta.
Invece non lo era.
Gino il campanaro ci mise un po’ di tempo per rendersene conto. Non era solo nella piazza: davanti a lui, nella penombra, c’era un ragazzo con due polpacci marmorei che ansimava, chino su di una bicicletta da corsa argentata.
«Possibile che sia…?». Il cervello del campanaro impiegò qualche secondo di tempo a realizzare la persona che aveva di fronte. Poi, i suoi piedi si girarono in un dietro-front automatico e corsero verso la parrocchia per svegliare il prete.

«Ma cos’è ‘sto rumore, Cristo!» imprecò il padre di Albina.
La giovane, che era sprofondata in un sonno profondo, si era svegliata di colpo. Effettivamente, un rumore c’era. Erano… le campane della Chiesa di San Giovanni! E stavano suonando a festa… ma allora…!
La ragazza saltò giù dal letto con un balzo felino, corse a vestirsi e senza dire una parola a nessuno si precipitò fuori di casa, diretta verso la piazza di Torreselle.

Gaspare Valenti, primo uomo a scalare Torreselle su due ruote. Suonava bene.
Come avrebbe raccontato poi, la caduta non aveva di certo scoraggiato il ragazzo: aveva cominciato ad allenarsi di sera, con un caso da minatore dotato di luce in testa, mentre tutti dormivano. Aveva corso chilometri su chilometri per potenziare le gambe, fino a quando le aveva sentite pronte per ritentare la Scalata di Torreselle.
Arrivato all’Angusto Trio, le prime due curve erano scivolate come una lama calda sul burro; e alla curva finale, la famosa Giorgina, il giovane l’aveva percorsa, come nella poesia, nell’unico modo possibile: aveva incrociato le mani, chiuso gli occhi, e aveva lasciato che le sue orecchie venissero guidate dal vento. Poi passate quelle maledette curve, la strada si era fatta piana e larga, come se il paese intero lo stesse accogliendo in una cavalcata trionfale. Il giovane, vicino alle lacrime, aveva volto il proprio sguardo verso destra; lo attendeva il panorama più bello della propria vita, con tanto di alba a fare da sfondo.
Era diventato leggenda.

Il popolo di Torreselle aveva finalmente un eroe da consacrare; un eroe, le quali gesta sarebbero state raccontate per generazioni. Ancora oggi, se passate vicino al campanile, trovate una pietra che testimonia lo storico avvenimento di quel lontano giorno:
“In memoria del passaggio
del ciclista Gaspare Valenti,
primo uomo a scalare Torreselle
a bordo di una Benotto del 1953
i presenti questa memoria posero.
Torreselle di Isola Vicentina, 19 Settembre A.D. 1955.”