Non voglio dilungarmi troppo sulla capacità stilistica di Tolstòj: ci sono un sacco di saggi e di critici per quello. L’aspetto di questo libro su cui mi voglio soffermare è la potenza narrativa dell’opera, capace di farmi coinvolgere dai protagonisti di questi racconti come poche altre volte mi era successo.


La morte di Ivàn Il’ic (1886) racconta dell’impotenza umana di fronte alla morte, quell’acerrima nemica che da sempre gli umani cercano di evitare fino all’ultimo. Nel primo capitolo un personaggio esterno, tale Petr Ivànovic, si reca sul letto di morte del giudice Ivàn, un vecchio collega: “sul volto aveva un’espressione che pareva dire che quel che occorreva fare era stato fatto: e fatto bene” (Tolstòj 2010, 7). Ed è vero: Ivàn Il’ic, morente a 45 anni, ha sempre compiuto una vita regolare e dignitosa; fin dal secondo capitolo un narratore esterno ci racconta la storia del protagonista: Ivàn ha successo sul lavoro, si è costruito una buona famiglia, si concede qualche frivolezza, gioca a carte… insomma, si è creato una sorta di routine. Ma un giorno il giudice si rende conto che qualcosa non va: prova degli strani dolori, e ciò lo rende irritabile, al punto da far scricchiolare i rapporti (già in qualche modo inclinati) con la moglie e con la famiglia; successivamente, Ivàn Il’ic avrà una situazione analoga sul posto di lavoro.

Evitando di rivelare tutto il contenuto della trama, ciò che mi ha stupito maggiormente è la capacità di questo racconto di far immergere il lettore nel crescente delirio del giudice. Quando si capisce che la malattia in questione è qualcosa di più grave di un semplice male passeggero, il giudice tenta in tutti i modi di guarire, ma scopre molto presto che ogni tentativo è inutile: si lascia quindi prendere dallo sconforto “e vivere così, al limite dell’annientamento, doveva farlo da solo, senza nessuna persona che lo comprendesse e ne provasse compassione” (T. 2010, 41). Qui cala una pesante sentenza: ognuno è solo nel proprio dolore. L’indifferenza, o meglio, la totale insofferenza della sua famiglia nei confronti della malattia toglie ogni singolo barlume di speranza a Ivàn Il’ic. Abbandonato ai propri pensieri, il protagonista si lascia andare a riflessioni che sono più grandi di una singola esistenza. I temi trattati ora non sono più il rene o l’intestino cieco (presunte genesi della malattia di cui soffre) ma la vita e la morte, e più quest’ultima si avvicina, inesorabilmente, più il giudice tenta a tutti i costi di aggrapparsi alla vita, rimproverandosi, magari anche ingiustamente: “Forse non ho vissuto come avrei dovuto? Ma come è possibile, se ho fatto tutto come si doveva?” (T. 2010, 65)
In effetti, Ivàn Il’ic ha rispettato perfettamente i canoni della consuetudine di un uomo abbiente del XIX secolo: una bella casa, una donna di bella presenza, il successo sul lavoro, i figli studiosi… Eppure… C’è qualcos’altro oltre a questo, ed il nostro protagonista scopre la tenebrosa verità verso le ultime pagine, guardando la moglie:
Gli abiti di lei, la sua struttura, l’espressione del suo viso, il suono della sua voce, tutto gli diceva un’unica cosa: ‘Non è come dovrebbe essere. Tutto quello di cui hai vissuto e vivi è menzogna, inganno, che ti nasconde la vita e la morte’.” (T. 2010, 71)
Questo passaggio, così trascendente e filosofico, riporta la rabbia a Ivàn Il’ic, il quale si è accorto (decisamente troppo tardi) che la sua vita poteva, e forse doveva, essere molto differente.

Ho apprezzato molto anche gli altri racconti della raccolta, ma ho deciso di analizzare quello che dà il titolo per un semplice motivo: questo, ad oggi, è il mio racconto preferito in assoluto. Non mi era mai capitato di trovare un racconto che, in così poche pagine, sapesse coinvolgermi (e persino istruirmi, perché no) come questo.