C’era un tipo di canzone, risalente all’anno della mia nascita, che amavo ascoltare ripetutamente. Era il 1991, e i Dire Straits avevano appena sfornato quello che sarebbe stato il loro ultimo studio album: On every street.

Ecco, io mi ero innamorato della canzone che dava il nome all’album, o almeno così diceva mia madre: io ero troppo piccolo per averne anche un misero ricordo.

<<Quella canzone ti faceva brillare gli occhi>> era solita ripetermi, <<ti metteva a tuo agio, e quando partiva il ritornello finale ti agitavi tutto, muovendo le tue piccole braccia verso il giradischi. Eri così vivace… non c’era modo di farti addormentare all’epoca!>>

Già, questo l’hanno ribadito anche papà e i nonni-tutti e quattro!: da bambino non riuscivo a star fermo un secondo. E mano a mano che crescevo, il mio carattere diventava, se possibile, ancora più estroverso.

…sembra passata un’eternità da quando ero circondato dai miei familiari…

Rollo una sigaretta e mi sporgo alla finestra. Il fumo questa sera mi pare più denso del solito: è come se stessi inalando catrame gassoso. Poi realizzo che, in effetti, è esattamente quello che sto facendo. ‘Forse dovrei smettere’ mi dico, ma me lo sono già detto tante volte. E ogni volta l’àncora del tabacco mi ha tirato giù, facendomi sprofondare negli abissi. Alla fine opto per una via di mezzo: fumo mezza sigaretta, ed il lungo mozzicone rimasto viene fatto precipitare verso il marciapiede deserto sotto casa.

Tornando a On every street, posso affermare di aver ascoltato quell’album non meno di duemila volte. E in tutti i formati disponibili: “rubai” il vinile dei miei genitori, comprai la cassetta, e persino il cd quando potei permettermi un impianto hi-fi decente. L’ascoltavo a casa, in macchina, al mare, con il walkman… insomma, senza che me ne accorgessi quell’album è diventato la colonna sonora della mia vita.

Cazzo, suona bene come presentazione: ma in effetti, se ci penso, non sto nemmeno gonfiando i fatti, li sto raccontando per quello che sono realmente: quell’album è parte di me ormai. Conosco la scaletta a memoria, potrei cantare tutte le parole nel loro preciso ordine senza mai sbagliarne una, saprei addirittura imitare gli accordi da suonare (non come Knopfler, chiaro, quello è un livello superiore) con la mia vecchia chitarra scordata… ma soprattutto, ogni canzone di quel disco è collegata ad uno specifico avvenimento della mia vita. Ecco perché posso affermare quello che ho detto prima.

Sono le tre del mattino, il profumo di salsedine proveniente dalla spiaggia ad appena duecento metri da qui ha impregnato ormai ogni angolo di questa stanza. Decido di frugare tra i miei scatoloni: mi sono trasferito qui da appena due settimane, ma probabilmente mi sposterò ancora prima della fine del mese. Per questo ho lasciato quasi tutta la mia roba inscatolata: dovesse presentarsi l’occasione, sarei pronto a partire in quattro e quattr’otto.

Dopo aver spostato un po’ di cose sistemate alla meno peggio, finalmente lo trovo: il vinile dei Dire Straits, con la copertina logora e maciullata dai vari segni del tempo. Siccome non ho un giradischi a portata di mano, sono costretto ad ascoltarmi l’album con le cuffiette collegate ad un ben più moderno walkman…

Già dalla prima traccia, il passato mi si distende davanti, immenso come un oceano pregno di ricordi, sia felici che tristi…

 

Calling Elvis si può ricondurre al periodo dei miei quattro anni. Avevo una gran passione per la prima traccia dell’album, anche perché essendo un bambino curioso chiedevo spesso a mio padre chi fosse questo Elvis che veniva citato nella canzone.

<<Un personaggio molto discutibile>> mi rispose lui, criptico.

Io ovviamente non capii subito: quando finalmente ci arrivai (avrò avuto tredici anni o qualcosa del genere) le mie perplessità su quel divo diventarono ancora più forti. Da bambino, vedendo solo alcune foto del Re del Rock e cantando sovente le sue canzoni, avevo poco a poco cominciato a sognare di diventare come lui. Per fortuna non l’ho fatto.

 

Di On every Street ho già parlato: la prima canzone che abbia mai ascoltato (oltre alle ninna-nanna varie dei miei genitori e alle cantilene imbarazzanti dei nonni) almeno secondo mia madre. Ogni volta che sento quell’assolo finale, una scarica di brividi mi percorre le braccia, la schiena, perfino il naso, e i ricordi mi accompagnano in una dimensione lontana dal tempo. In realtà non vedo niente, vivo solo di sensazioni in quel momento, mi sembra di viaggiare oltre i limiti spaziotemporali… insomma, mi estranea dal mondo che mi circonda, anche se solo per pochi minuti.

 

When it comes to you, invece, è una canzone che non amo molto riascoltare. L’ascoltavo principalmente quando avevo quindici anni. E c’era un motivo: i miei genitori litigavano in continuazione, e io mi sentivo male a causa di tutte quelle discussioni. Più del ritmo e della melodia, quello che più mi colpiva della canzone era sicuramente il testo; così, ogni volta che sentivo mio padre perdere la pazienza ed alzare la voce, io mi nascondevo tra le note di When it comes to you, cercando di trarre conforto dalle parole di Knopfler. Penso che, almeno in quel momento, cercassi di dirmi di non abbattermi, di non avvilirmi.

 

Poi i miei si separarono e io sprofondai nello sconforto più totale: non c’è traccia migliore di Fade to Black per descrivere come mi sentissi in quel periodo. Stavo per compiere sedici anni, ma soffrivo così tanto dentro di me da non volerci nemmeno arrivare, tanto non ne avrei capito il senso. Volevo cominciare a bere, come avevo visto fare a dei veri duri in alcuni vecchi film… poi mi ricordai di Elvis. Morto di abuso di alcol, mixato con psicofarmaci, nel 1977. Decisi di ribellarmi a quel destino: dissi ai miei genitori, ora divorziati, che non avrei vissuto con loro, né con mio padre né con mia madre. Andai dai miei nonni paterni, e successivamente anche da quelli materni. I miei genitori all’inizio protestarono, ma alla fine la mia scelta parve soddisfare entrambi. Evidentemente un figlio da mantenere era un peso troppo grande da sostenere nella loro nuova vita, e lo stesso valeva per me: nella mia “rinascita” non ci sarebbe stato posto per loro. Prima di andarmene dalla mia vecchia casa, però, decisi di portarmi dietro un piccolo souvenir. Il vinile dei Dire Straits. Sicuramente, me lo meritavo io più di chiunque altro in quella casa, e così lo misi in valigia senza farmi vedere e lo portai via con me.

 

Decisi di dimenticare in fretta quella spirale di rancore e tristezza che la rottura dei miei genitori aveva creato. E se c’è una traccia dell’album On every Street che può diventare l’emblema di quel periodo della mia vita è sicuramente la numero cinque: The Bug. La spensieratezza della melodia, unita al ritmo “old style”, costituiva il perfetto mix del quale avevo bisogno in quel momento. In quel periodo, poi, mi feci nuove amicizie nel quartiere residenziale dove abitavano i nonni. Tra tutti, mi piace ricordare Charles, un ragazzo di due anni più grande di me che mi aveva preso in simpatia fin da subito, cercando di tirarmi su di morale anche nelle serate più difficili. Ricordo che aveva sempre pronta una battuta di spirito che riusciva a farmi ridere anche nei momenti più tristi: non c’era niente da fare, quel ragazzo aveva un vero e proprio dono.

Passammo gran parte dell’estate insieme anche ad altri amici: un certo Patrick, con il quale avrò parlato sì e no tre volte, era l’unico ad avere una macchina, e quasi ogni fine settimana si offriva (o veniva costretto?) di portarci alla spiaggia, distante appena dieci chilometri dal nostro quartiere. Ricordo che praticamente tutti i ragazzi della nostra compagnia erano esaltati anche solo all’idea di andarci, però io non ne capivo il perché: il nostro non era di certo il miglior mare del mondo.

<<Che scemo>> mi rispose Charles durante uno dei nostri viaggi, <<chi ha mai parlato di fare il bagno? Secondo te noi andiamo laggiù per guardare il mare?>>

In effetti, come scoprii quel giorno, la principale attrazione della spiaggia non era di certo il mare. Il bagnasciuga era letteralmente invaso da ragazze.

<<Così è per questo che siamo qui?>> chiesi a Charles con un sorrisetto.

<<Già, è proprio per questo>> mi rispose lui, ricambiando il mio sguardo d’intesa.

 

Fu proprio ad un evento organizzato da un locale vicino alla spiaggia che m’innamorai per la prima volta. La serata prevedeva due partecipazioni: una rock band avrebbe suonato dalle 20 alle 22, poi alle 22:30 sarebbe arrivato un DJ. Nel tempo che trascorse prima dell’arrivo del DJ, il locale decise di mettere canzoni a random. Manco a dirlo, vidi la ragazza più bella del mondo proprio durante una canzone dei Dire Straits, presa proprio da On every Street: You and Your Friend. La canzone, dal ritmo abbastanza lento ed avvolgente, riecheggiava per tutto il locale: io stavo parlando con Charles proprio dell’album, quando all’inizio dell’assolo finale (che dura all’incirca due minuti e mezzo) il mio amico mi strattonò il braccio e disse ad alta voce <<Jackpot!>>

Mi voltai e subito la vidi: alta e slanciata, i capelli del colore del fuoco ed un viso pressoché perfetto, la ragazza dei miei sogni era appena entrata nel bar e si stava accomodando vicino al bancone.

<<Oh mio dio>> fu tutto quello che riuscii a dire.

<<Offrile da bere>> mi suggerì Brian, un altro amico di un anno più grande di me.

<<Ottima idea>> s’intromise Charles, che si alzò dal tavolo sul quale eravamo seduti. Mi afferrò per il braccio e letteralmente mi trascinò verso il bancone.

<<Ma che fai?!?>> protestai imbarazzato.

<<Fidati di me, questo l’ho visto fare in un telefilm.>>

Io stavo per ribattere che no, non mi sembrava per niente una fonte attendibile, ma non ne ebbi il tempo, perché eravamo già arrivati di fronte al bancone del bar.

Con fare esperto, Charles picchiettò due volte l’indice sulla spalla della ragazza, e quando questa si girò lui le disse: <<Haaave you met my friend?>>, per poi dileguarsi nel nulla, uscendo dal locale e finendo chissà dove.

Io e la ragazza rimanemmo decisamente spiazzati dal comportamento bizzarro del mio amico, che per chissà quale motivo si era improvvisato Barney Stinson.

<<Il tuo amico sta bene?>> chiese perplessa la ragazza, squadrandomi.

<<Oh, non badare a lui>> balbettai, cercando di rompere il ghiaccio; <<quel ragazzo cerca solo… beh, in realtà non lo so nemmeno io cosa voglia fare.>>

<<Ah, fico>> rispose lei, guardandomi meno perplessa. Pensai che la conversazione sarebbe finita lì (cosa che mi avrebbe fatto deprimere ancora di più) e invece alla fine la ragazza aggiunse: <<…e io che pensavo di essere l’unica ad avere strane amicizie…>>

Presi la palla al balzo e mi avvicinai a lei, realmente interessato.

<<Cioè? Che vuoi dire?>> le chiesi, mentre dal tavolo alla mia sinistra (quello dove stavano seduti i ragazzi) partivano gesti di trionfo e pollici alzati. Li fulminai con uno sguardo assassino, ma col senno di poi, dovetti ringraziarli.

Non solo le offrii da bere, in quella serata riuscii persino a farmi dare il suo numero di telefono: <<ora devo andare a casa di una mia amica, ma mi piacerebbe continuare il nostro discorso. Possiamo sentirci per telefono?>> mi aveva detto, e io ovviamente avevo annuito.

 

L’affinità sicuramente tra noi due c’era. Ci incontrammo molto spesso sulla spiaggia, noi due da soli (dovevo fare tutta la strada a piedi! Venti chilometri ogni giorno!) e dopo esserci frequentati per un paio di settimane, mi feci coraggio e le chiesi finalmente di uscire. Un appuntamento che ricordo ancora perfettamente… Partii da casa con l’auto dei nonni, che a quell’ora già dormivano (non avevo ancora la patente, ma Patrick mi aveva lasciato fare pratica con la sua e ormai conoscevo la strada a memoria) e nel mangiacassette inserii, scontatissimo, l’album dei Dire Straits e per rilassarmi ascoltai My Parties, che narra di un tipo figo che si pavoneggia di tutto ciò che ha.

Quella serata fu perfetta: io e la ragazza andammo a ballare in vari locali vicini alla spiaggia, ci scambiammo molte parole, insomma tra di noi si era creata una grande sintonia. Alla fine della serata, mentre entrambi eravamo seduti su di un asciugamano molto vicino al mare, su nel cielo pieno di stelle vennero fatti scoppiare diversi fuochi d’artificio. Noi li guardammo entusiasti, poi ci scambiammo un’occhiata d’intesa… e ci baciammo. Il mio primo bacio fu qualcosa di fantastico, soprattutto perché quella ragazza mi piaceva davvero: non era una semplice storiella d’estate, me lo sentivo.

Tornai a casa ascoltando più e più volte Ticket to Heaven: mi sentivo proprio in paradiso, e anche se quando tornai a casa mi presi una bella sgridata dai nonni (che ovviamente mi avevano scoperto) la mia felicità non si placò, e non lo fece neanche nei giorni successivi.

 

Ma si sa, non tutti i ricordi possono essere felici: ed ecco che sbuca fuori dalla memoria la traccia numero otto: Iron Hand. Alla fine dell’estate del 2007 scoprì una cosa sulla mia ragazza (sì, nel frattempo ci eravamo messi insieme) che lei non aveva mai avuto il coraggio di confessare: si doveva trasferire in Inghilterra insieme ai genitori.

<<Ma tornerò l’estate prossima: abbiamo già confermato la prenotazione>> tentò di giustificarsi, ma io quasi non la sentii. Nel mio cuore si era aperta un’ennesima, dolorosa crepa, dopo quelle già create dal divorzio dei miei genitori. Ad ogni modo, quella volta fui forte e, dimostrando una maturità che non mi apparteneva, le dissi che l’avrei aspettata, ma che lei doveva giurarmi l’assoluta fedeltà. Ci scambiammo quindi una solenne promessa di rivederci dal primo Giugno 2008 fino alla fine dell’estate successiva, e la cosa venne ripetuta fino alla fine del 2011. Le nostre estati furono bellissime…

 

…E proprio durante un’estate, la canzone Planet of New Orleans trova la collocazione perfetta. Questa canzone venne suonata alla ripetizione mentre io e la mia ragazza facevamo l’amore: non saprei proprio spiegare quale potere magico avesse, ma di fatto la melodia di quel brano ci aiutò ad amplificare l’estasi che provavamo in quei momenti.

 

Il vero problema si presentò all’inizio di Settembre 2011: la mia ragazza, pronta per partire, mi disse che non avrebbe più fatto ritorno al mio paese.

<<Ormai abbiamo vent’anni tutti e due, e sicuramente da qui in avanti avremo entrambi interessi diversi e cercheremo qualcosa di nuovo. Sto cercando di fartela semplice>> mi disse, vedendo il mio sguardo disperato; <<io sono stata benissimo con te in questi anni, ma prima o poi la realtà verrà a galla per entrambi, e la verità è questa: siamo diventati grandi, e non abbiamo più tempo per commettere delle ragazzate. Compreso cercare di mantenere viva la fiamma di un amore impossibile.>>

Quello che mi disse mi ferì molto, ma quando vidi che anche i suoi occhi avevano cominciato a piangere molte lacrime, mi limitai a stare zitto. Anche se avrei voluto dirle tante cose… magari avrei potuto convincerla che non era così, che in qualche modo la nostra storia sarebbe potuta continuare… ma non dissi niente.

 

Dopo la partenza della ragazza, diventai un completo stronzo-senza-cuore come il tipo descritto nella canzone Heavy Fuel. Lasciata la casa dei nonni insieme a tutte le amicizie che vi avevo trovato, mi sono trasferito più e più volte in questa città, la maggior parte delle volte abusivamente. Ah, ho anche cominciato a bere, e come diretta conseguenza ho combinato un sacco di guai. Ho ormai perso il conto di quante volte ho fatto a botte; certe volte ho vinto, la maggior parte delle volte ne ho prese tante, ma mai da stare male sul serio. Ho avuto molte storie temporanee, nessuna durata per più di due settimane. Le tipe mi notavano, si interessavano a me e poi, dopo essere finiti a letto per tre o quattro volte, si rendevano conto di che razza di persona io fossi, lasciandomi con la stessa velocità con cui erano arrivate.

 

Oramai sono ridotto a uno straccio, ma non mi importa di niente: davvero, nemmeno l’idea di morire mi spaventa… solo due cose sono presenti nella mia testa: il fantasma della mia ragazza e delle nostre magiche estati, e una domanda per i miei genitori:

Perché mi avete permesso di diventare così?”

 

È arrivata l’alba e decido di fare quattro passi. Mi reco a un bar vicino alla spiaggia, ordino il solito… devo puzzare, evidentemente, perché la tipa che mi serve il caffè arriccia il naso quando mi si avvicina. Ma siccome pago, non si lamenta. Gentile da parte sua.

All’improvviso qualcuno dietro di me picchia un dito sulla mia spalla. Mi giro di scatto, e la mia bocca si spalanca nel vedere Charles e il suo sorriso a trentadue denti che mi fissano.

 

<<Non ci posso credere>> mormoro.

<<Neanche io, amico mio. Com’è piccolo il mondo. Ma dimmi un po’, come stai? Non ti vedo da quattro anni!>>

<<Come vedi, sto malissimo>> ammetto sinceramente.

<<Lo vedo, ma cosa ti ha ridotto in questo stato?>>

<<Il mondo, che prima ti rende felice e che quando meno te l’aspetti ti pugnala alle spalle! Tu mi conoscevi meglio di chiunque altro, sai quante cose ho dovuto passare… ma guardami! Ho ventiquattro anni e sono già stanco di vivere!>>

Charles mi ascolta in silenzio, talvolta china il capo e poi, quando ho finito di parlare, mi stringe una spalla.

<<Stai ancora male perché la lei se n’è andata, vero?>> mi chiede fissandomi.

All’inizio nego, ma poi realizzo invece che sì, è decisamente per quello, e così decido di annuire col viso smorto.

<<Ascolta, perché non provi a ritornare con lei? Voglio dire, è in Inghilterra adesso, no? Perché non vai a trovarla?>>

Lo guardo e mi metto a ridergli in faccia.

<<Lei ha detto che il nostro era un amore impossibile…>>

<<E allora tu dimostrale che non lo è!>> urla Charles, prendendomi per la maglietta; <<se l’ami davvero, devi andare a cercarla, non puoi permetterti di avere rimpianti già a questa età, non credi?>>

Fisso il mio vecchio amico senza sapere cosa dire: alla fine capisco che è serio, e sincero, e finisco per prorompere in una risatina per sdrammatizzare.

<<Chissà, forse dovrei farlo davvero…>> dico sottovoce con un gran sorriso stampato in faccia. Charles sorride soddisfatto, perché in cuor suo sa già che lo farò davvero.

 

E così completerò la colonna sonora della mia vita con l’ultima traccia dell’album: How Long. Non poteva essere più adatta: arriverò in Inghilterra e la troverò, e mi impegnerò al massimo per riconquistarla, non importa quanto tempo ci vorrà. Sono sicuro: lei è la persona giusta.