Questo fu uno dei primi racconti che scrissi quando ancora utilizzavo 20lines (cioè, quando era ancora un sito valido). È uno di quelli che ricordo ancora con maggior piacere: mi divertii davvero tanto a scriverlo. Spero vi possa piacere!

 

Quel ragazzo, quel ragazzo.
Dormiva. Era di fianco a noi, si parla ormai di secoli fa, sulla nave che ci portava ad ovest. Stavamo raggiungendo il sogno, la meta tanto ambita, la nostra terra promessa, e Lorenzo dormiva. Ma come si fa ad essere solo distratti in un momento del genere?

Ci avevamo discusso molto, su quella nave e su quello che poteva rappresentare per noi. Il lavoro che non c’è ti costringe certe volte a non guardare in faccia nessuno, prendi le tue cose e te ne vai o resti e muori. Non avevamo legami con la famiglia, nessuno di noi quattro della compagnia, e nemmeno mogli, figli illegittimi o altre ancore che potessero trattenerci in quel posto. Ma l’amicizia che ci univa, quella era una cosa che nessuno di noi quattro poteva permettersi di perdere! Amici dalla scuola materna, ci si era sempre aiutati… tutte le avventure passate in gioventù, in bicicletta, in motorino, in macchina… no, c’erano troppi ricordi per poter troncare il tutto.
Si decideva tutti insieme: molliamo tutto sì o no? Voto unanime sul sì. Metti da parte gli ultimi risparmi, Roberto: questo mi dicevo. Racimolai anche l’ultimo granello di rame, l’ultima moneta sonante caduta in qualche angolo remoto della casa. Mi pagai il biglietto della nave e avanzai pure qualcosa per il “poi”. Non si sa mai.
Al porto ci accorgemmo presto di non avere avuto un’idea poi così tanto originale: c’era il mondo su quella nave. Tanti sogni, un posto ignoto dove andare, nessuna garanzia. Benvenuti sul Thiberium, la nave che cavalca gli oceani!

Non avevo calcolato che due di noi quattro soffrissero il mal di mare. Giorgio e Luca si fecero tutti i venticinque giorni di viaggio all’interno della loro stanza. Io gironzolavo all’esterno con Lorenzo.
Già, Lorenzo: lui, se possibile, lo avevo conosciuto anche prima degli altri due compari.
Il mio amico aveva un passato misterioso: era un trovatello, probabilmente i genitori erano morti nel secondo conflitto mondiale. Dato che l’asilo veniva gestito dalle suore, quell’edificio divenne la sua casa. Era un bambino pratico. Aiutava le sorelle a distribuire i piatti alla mensa, allacciava a tutti i bavagli per evitare che la zuppa ci macchiasse il grembiule… certe volte lo vidi perfino pulire per terra.
Col passare del tempo, Lorenzo come tutti noi si fece uomo, ma spiccava fin da subito l’impressione che quell’uomo avesse un nonsoché di “oltre”. Lo guardavi, e subito capivi che era vissuto. Oltre la normalità dell’essere umano.
Coltivava sogni e passioni che potevano venir definite “visionarie” per l’epoca: sei nel bel mezzo della ricostruzione del tuo paese, cerchi di recuperare dalle macerie quel poco che è rimasto… mica ti viene voglia di studiare le stelle, o leggere, o suonare il pianoforte nei bordelli alle tre del mattino. Lorenzo possedeva svariate abilità, una più stravagante dell’altra. Con lui non finivi mai di sorprenderti, e la cosa faceva bene anche al morale di noi poveri disgraziati. In paese si attendeva sempre l’arrivo di quel ragazzo (dopo aver lasciato l’asilo, le sorelle gli avevano trovato un’occupazione alla casa di campagna del prete) e subito lo riconoscevi, quando passava. In sella ad una bicicletta sgangherata, con i pantaloni sempre bucati ed una spiga di grano in bocca, arrivava Lorenzo.
Aveva una passione per i libri che non t’immagini. Ne aveva uno differente ogni giorno: personalmente non ho mai capito da dove sbucassero fuori, visto che la prima libreria si trovava a dieci chilometri dal paese e nessuno aveva i soldi per poterseli permettere.

Sulla nave, una notte, mentre guardavamo le stelle dal ponte, Lorenzo mi disse una frase che non dimenticherò mai. “Di’ un po’, hai la più pallida idea di cosa ci aspetti oltre questa vita?”
Non aveva nemmeno distolto lo sguardo dal cielo, sembrava distante anni luce da me. Quel nonsoché di “oltre” era tornato.
“Sinceramente, non ne ho la più pallida idea” dissi io.
Lorenzo sorrise. “Caro Roberto, secondo me quando si muore si finisce in cielo e si diventa una stella. Ecco perché ne scoprono sempre di nuove. Tra miliardi di anni, chissà, il cielo sarà così colmo di stelle che la notte risulterà più luminosa del giorno!”
Lo guardai. Mi venne da chiedergli se avesse bevuto, ma poi vidi i suoi occhi. Riflettevano la luce delle stelle che aveva appena descritto, sembrava che fosse lui a proiettare il cielo sopra le nostre teste. Decisi di non interrompere quel momento magico.

Volevo chiedergli di più, sul suo passato, su quello che aveva intenzione di fare una volta sbarcati, su quei libri che era riuscito a far sbucare dal nulla anche sulla nave, ma Lorenzo era diverso: lui ti dava la sensazione che, quando fosse giunto il momento, avresti saputo tutto.
Non ce la feci mai a sapere di più.

Arrivati quasi a destinazione, stava dormendo. Noi avevamo un’alba vivida e del vento fresco davanti agli occhi, e Lorenzo dormiva. Ci misi un po’ ad accorgermene: ero distratto da quell’infinità di strade, edifici, persone…
L’America.
Svegliai Lorenzo, lui interpretò la notizia come una qualsiasi. Sembrava turbato…
Era giunto il momento di scendere. Quando misi una mano sulla scaletta e porsi l’altra a Lorenzo, questi la rifiutò.
“Torno indietro, caro Roberto” mi disse con un sorriso gonfio di lacrime.
Quando gli chiesi il perché, i suoi occhi cominciarono a lacrimare copiosamente: “Perché oggi, amico, sono diventato padre!”
E, finita questa frase, ripercorse all’indietro la via per la nave.

Ci sono tanti interrogativi nella mia vita che sono rimasti senza risposta, ma quel primo giorno a New York li batte tutti. Perché Lorenzo non ci aveva detto che effettivamente qualcosa c’era a tenerlo legato al vecchio paese? Perché non ci aveva avvisati? Ma soprattutto, come faceva a sapere a migliaia di chilometri di distanza di essere diventato padre?
Ma Lorenzo, come ho già detto, aveva quel nonsoché di “oltre”, a lui queste domande non le facevi…
Non l’ho più rivisto da quel giorno. Da un paio di notti però è capitata una cosa che mi ha portato alla mente questi ricordi: dal balcone della mia casa, qui a Vancouver, se guardo verso la stella polare mi accorgo che una nuova stella le è spuntata accanto: è leggermente meno luminosa, però ho capito immediatamente di cosa (pardon, di chi) si trattasse.
Muovo le mie vecchie gambe verso il balcone: controlliamo anche stasera, magari mi sono sbagliato.
Macché, eccola là, così bella e sgargiante…
Sembra quasi che si sia accorta della mia presenza. Improvvisamente si è fatta più luminosa.
E io sorrido, le parlo: “Ciao, Lorenzo…”

Dedicato ai miei nonni.